Un Alpino che sognava il mare – seconda parte –
La prima destinazione è il Battaglione “Val d’Adige”, Plotone Volontari, sul Monte Baldo. In settembre passò sullo Zugna, proprio sulla cresta della sinistra orografica della Vallarsa che aveva risalito durante la fuga. Conoscendo perfettamente il terreno su cui si muoveva, nei momenti di libertà si dedicava ad arrampicare su roccia; oppure a smontare o a far saltare le mine che gli austriaci ponevano sui sentieri di Corna Calda.
Il 16 ottobre venne nominato “aspirante ufficiale”. Così ne scrive a Bertone: «Da tre giorni ricevetti la nomina ad aspirante ufficiale; mi trovo per ora qui, in Ala redenta, in attesa di destinazione. La vita che conduco qui ora è assai monotona e vegetativa; non vedo l’ora di avere sottomano il mio plotoncino e di aver qualche cosa da fare. Quando sarà mai il giorno che mi potrò sfogare sul serio? Pensa quant’è che lo aspetto; fino ad oggi, tranne qualche piccola ricognizione, non ebbi mai nulla da fare. Sai, finalmente potei avere notizie dei miei cari, mio papà e mia sorella sono a Bregenz, so che stanno bene di salute, del resto…si può immaginare»[1].
La destinazione non si fa attendere: sottotenente nella 58ª Compagnia del Battaglione “Verona”. Le prime settimane sono di relativa calma, come si rammarica ancora in una lettera (l’ultima) all’amico Pietro:
«Carissimo Pietro questa sera facendo lo spoglio della posta del mio plotone trovo, cosa insolita, una lettera per me. Che graditissima sorpresa! Avevo un po’ di malinconia, di nostalgia; ero qui in avamposti solo soletto fra questi boschi, che tante volte percorsi a caccia col papà mio, alle cui falde si scorge illuminata dalla luna la mia cara cittadina; col pensiero alla mia famiglia che rammenta le quiete serate trascorse laggiù in quella bianca casetta che di qua si scorge… Ah! Non puoi immaginare amico carissimo quello che sente il mio cuore in questo momento…! Mi giunge la tua cara che mi fa un po’ allegro, che mi fa compagnia; ti ringrazio amico mio infinitamente – tu sei l’unica persona che si ricorda di me che pensa a me – ti sono infinitamente grato.
Sento con piacere che finalmente hai intrapreso la tua, cioè la nostra carriera – ma non ti invidio sai per ora…! Ho dei conti prima da saldare… Tu mi raccomandi di ammazzare tanti tedeschi, caro, se sapessi quanto sangue austriaco occorre per saziare la mia sete…!
Purtroppo finora fui un po’ sfortunato, ma verrà il giorno nel quale se io ne morissi credi che avrei vissuto fin troppo perché in quel giorno vedrei avverato il mio sogno più bello; raggiungerei l’ideale nostro che da ragazzetto fino ad oggi sta nel nostro cuore. Che felicità…! Solo per questo si viveva noi.
Potessi vedere che razza di soldati abbiamo qui! Li hai mai visti gli Alpini? Sono belve, sono leoni pieni di audacia e di spirito aggressivo. Io tengo il comando di un plotone di questi… ne sono superbo.
Ciao.
Il cuore mi picchia come un martello… credevo in questo momento avanzare e stavo salutandoti in fretta… invece non è niente – si tratta di una sola pattuglia, che rabbia!
Tu mi parli della vigliaccheria dei sottomarini austriaci io ti dico invece di quella degli aeroplani dei quali avrai sentito le loro gesta in Verona.
Ebbene, ebbi una soddisfazione che non è descrivibile; girava in questi paraggi uno di quelli assassini di bambini e di donne; forse era diretto a compierne una seconda; stavo osservandolo – i miei soldati pure lo guardavano con certi occhi…quando d’un tratto uno schrappnel scoppia pochi metri sopra – tutto d’un colpo lo vediamo rovesciare e cadere come un uccellaccio colpito in pieno…che urlo…! È accaduto molto distante da noi e fu fortuna per la sua salma – l’avremmo sbranata.
Ora carissimo Pietro sentendomi stanco e bisognoso di riposo caramente ti saluto… Non mancherai certamente di scrivermi nuovamente e presto e di darmi tue impressioni di viaggio.
Ciao, tuo aff.mo e sincero amico
Remo Galvagni»[2] .
Agli inizi di dicembre, finalmente, il Battaglione si trasferì sul Monte Baldo. Le operazioni di novembre in Val Lagarina avevano assicurato il possesso delle alture dominanti da sud Rovereto e il Monte Altissimo di Nago, l’ultimo contrafforte settentrionale della catena del Monte Baldo. Remo fremeva per l’azione, come raccontava a mio nonno il fratello Gino:

Foto commemorativa di Gino Galvagni, fratello maggiore di Remo, posseduta da mio nonno (archivio Dalla Torre)
«“Era un leonino irrequieto che non si poteva trattenere”, mi diceva il Tenente Buttero di Genova, raccontandomi che qualche giorno prima dell’azione di Malga Zures il nostro Remo si sbizzarriva nell’esercitarsi al tiro a segno contro le zucche austriache, tanto che, dando non poca noia al nemico, dacché si capisce che i suoi tiri erano ben aggiustati, aveva provocato sui nostri il fuoco delle batterie del Creino. Qualcuno allora, che aveva un po’ sopito l’istinto bellicoso, gli fece presente che a causa sua si sarebbero potute avere delle perdite fra i soldati. Ma Egli che voleva fare la guerra, rispose che avrebbe subito provveduto a spostare il tiro delle batterie nemiche: si portò quindi cautamente in avanti su di una posizione non occupata, antistante alla nostra, e di lì, sprezzando il pericolo per sé, riprese tranquillamente da solo il suo giuoco, tirandosi addosso la rabbia nemica»[3].
Di Galvagni, di cui abbiamo già notato un sottile senso di solitudine (i familiari sfollati e mio nonno prigioniero a Katzenau, l’unico che gli rimaneva vicino era il fratello Gino, anch’egli sottotenente del 6° Alpini), rimane una lettera di pochi giorni precedente la morte, che accanto al desiderio d’azione, rivela “mestizia e disagio”: non si dimentichi che Remo aveva poco più di 18 anni! È indirizzata alla “Famiglia del Volontario Trentino”, un Patronato di donne trentine che vivevano in Italia (la sede della “Famiglia” era a Firenze), che inviavano aiuti e soprattutto scrivevano ai volontari trentini, per alleviare la sofferenza dell’impossibilità di avere contatti con i loro familiari al di là della linea del fronte[4] .
«dal fronte, 26.12.15
Sommamente gradito mi giunse il Loro gentilissimo regalo di Natale. Dico la verità stò passando questi giorni di cari ricordi, con grande mestizia e disagio; qui sono in una piccola tana ove piove e nevica, me ne stò rimpiattato tutto il santo giorno, perché basta che un solo soldato si faccia vedere e comincia una pioggia di shrapnell; possono immaginarsi che noia!
Io sono Loro riconoscentissimo, perché con la Loro mi hanno sollevato da questa mestizia, mi hanno insomma reso meno amaro questo dì di ricordo e di rimpianto.
Rimpianto solo in un certo senso, perché vorrei passare tutta la mia vita in questa buca, piuttosto che passare un altro Natale a casa mia, schiavo ancora degli odiati tiranni. I miei sono ancora lassù, chissà dove… Di qui vedo da lontano la mia casetta; è tutta chiusa. Quando sarà quel benedetto giorno, che potremo balzare avanti e colpire a fondo? Ogni giorno sento vieppiù crescere in me quest’odio.
Ringraziando di tutto cuore».
I Comandi italiani volevano far ulteriormente avanzare le posizioni soprattutto per impedire al nemico le comunicazioni tra Riva del Garda e Rovereto, collegate dalla Valle di Loppio. In quest’ottica diveniva necessario il possesso della linea Dos Alto – Malga Zures, a sud-est dell’abitato di Nago, dominante appunto quella valle. Remo partecipò all’avanzata di Dos Alto, da dove mosse poi col suo Plotone per la famosa azione di Malga Zures. L’episodio «non troppo rilevante dal punto di vista militare, assumerà nel corso degli anni una notevole valenza simbolica. […] L’azione si svolse nella notte del 30 dicembre 1915. L’assalto riuscì e, dopo duri combattimenti, il presidio austriaco venne conquistato, ma la posizione non risultò difendibile perché dominata dalle artiglierie nemiche. Dopo sanguinosi quanto inutili tentativi di resistenza, la zona fu abbandonata; gli italiani lasciarono sul campo 75 soldati caduti e 150 feriti. Il fatto straordinario di questa operazione fu che vi presero parte ben 27 volontari trentini di cui 3, caduti nel combattimento, furono decorati con la medaglia d’argento mentre altri 4 ricevettero la medaglia di bronzo. I volontari caduti furono i sottotenenti Mario Angheben, Arturo de Bonetti e Remo Galvagni e il valore dei trentini venne ricordato nell’ordine del giorno del colonnello Bassino comandante del reggimento[5]. Questo insieme di fattori: il numero dei partecipanti, i caduti, il valore espresso, il fatto che si combatteva in Trentino, resero Malga Zures un nome sempre presente nella memorialistica del dopoguerra, forse il fatto d’arme più celebrato dai trentini»[6].
Questa la motivazione della medaglia d’argento: «Con mirabile ardimento conduceva il suo plotone sulla posizione nemica, organizzandovi sotto l’imperversare del fuoco, la difesa, ed incoraggiando gli uomini col suo valoroso contegno, dava, sino all’istante in cui venne colpito a morte, esemplare prova di rare virtù militari.
Malga Zures, 30 dicembre 1915» [7].

Cippo commemorativo sul luogo della morte e della sepoltura di Galvagni, a Malga Zures.
Ed ecco il racconto del fratello Gino, riportato da mio nonno: «Io scortavo in quella notte infausta del 30 dicembre una colonna di munizioni da Chizzola a Mori e potei subito notare la tempesta di fuoco che s’abbatteva al di sopra della Valle di Loppio, ed il mio pensiero corse lassù; avrei voluto correre vicino al mio caro fratello che ormai vedevo lanciarsi nella battaglia incurante di ogni pericolo, col lampo negli occhi per la gioia di poter finalmente dare sfogo al suo incontenibile entusiasmo e di raggiungere il sogno da lui accarezzato fin da fanciullo di offrire la bella giovinezza per la Patria (e come fosse sincero il suo sentimento e ben lungi da ogni vana ostentazione, lo può dire chi conobbe lui e il suo olocausto puro e disinteressato).
Io ne tremai; conoscevo la sua audacia: egli non poteva certamente essere risparmiato.
Appena ebbi assolto il mio compito, mi piantai sulla strada proveniente da Brentonico, donde discendeva la dolorante teoria dei feriti, chiedendo ad ognuno notizie, invano. Dopo un giorno ed una notte di inenarrabile ansia domandai ed ottenni il permesso di recarmi a Brentonico, dove il Battaglione “Verona” erasi spostato per rifarsi dalle gravi perdite subite. Lassù appresi la notizia della sua morte che mi fu ufficialmente comunicata dall’Aiutante Maggiore in prima del “VI Alpini”, Capitano Danioni, il quale, esaltando il valore del nostro Remo, mi diede lettura della magnifica motivazione per la medaglia d’argento, motivazione di cui in seguito non si ebbe più traccia. Mi venne concesso di sostituirlo nel comando del suo plotone. Varie versioni potei raccogliere sulla sua fine gloriosa, tutte quante concordi nell’affermare il suo slancio eroico. Seppi dal suo attendente, il quale non partecipò alla battaglia, che Egli col valoroso tenente Tonchia accolsero con salti di gioia, scherzi e grida festose la notizia dell’ordine d’attacco giunta inaspettatamente al Comando di Battaglione.
Fu per me un sollievo il ricordo di stima e d’affetto che Egli aveva lasciato fra i pochi soldati e colleghi rimasti»[8].
Il suo corpo venne seppellito sul luogo dell’azione, come – con la retorica del tempo – testimonia mio nonno: «Una domenica nel dicembre 1918 mi recai col signor Luigi Galvagni e con Gino alla ricerca della tomba di Remo. Fra i rovi e le erbe incolte, fra le trincee e i reticolati sconvolti dalle cannonate trovammo il sacrario dove Remo dorme l’eterno sonno degli eroi. Molte lagrime bagnarono la sua fossa, preci ardenti salirono dal nostro cuore angosciato alle labbra tremanti. Tutto avremmo dato, pur di poterlo riabbracciare un solo istante»[9].
Così moriva da alpino un giovane trentino che sognava il mare.
Il tempo trascorso permette oggi una valutazione più distaccata dei fatti. Se la guerra non è mai la corretta risposta alle controversie internazionali, meno che mai lo fu l’intervento italiano per “redimere” quelle terre che già erano state promesse in cambio della neutralità.
E la vicenda di Remo Galvagni – come riemerge oggi dai documenti ritrovati – reca un insegnamento quanto mai attuale. L’adolescenza è per l’uomo un’età feconda e delicatissima. Età di grandi e generosi slanci, che è follia suicida annientare nel cinismo individualista (che oggi ci respira intorno); ma anche età della personalità immatura, facile preda della propaganda ideologica che divide gli uomini in “buoni” e “cattivi”, accendendo l’odio e offuscando la reale comprensione (l’Austria-Ungheria non era il tiranno dipinto da Galvagni e i soldati imperiali contro le cui zucche sfogava la sua rabbia non ne erano certo i responsabili).
I più accorti avvertono oggi che in Italia c’è una “emergenza educativa”, ma pochi sembra vogliano farvi fronte. Eppure è un fatto che gli adolescenti – con il loro giusto ma incerto desiderio di cambiare il mondo – sono i più esposti alla propaganda ideologica, e proprio per questo continuano a ingrossare le fila dei rivoluzionari, cruenti o silenziosi, del nostro mondo.
Scritto da MARCO DALLA TORRE
____________________________________________________________________
[1]Lettera a Pietro Bertone del 19 ottobre 1915.
[2] Lettera a Pietro Bertone del 3 novembre 1915.
[3]DARIO DALLA TORRE, Memoria, cit., pp. 3-4.
[4] Sulla “Famiglia del Volontario Trentino”, cfr. ALESSIO QUERCIOLI, I volontari trentini nell’Esercito italiano 1915-1918, in P. DOGLIANI – G. PÉCOUT – A. QUERCIOLI, La scelta della Patria, cit., pp. 35-36.
[5] Queste le parole del col. F. Bassino: «Va data lode speciale ai bravi Italiani delle terre irredente, che numerosi guarniscono le nostre file, portandovi largo contributo di sapere, di caldo amor di Patria e di sacrificio, di valore indomito». Riportato nel dattiloscritto presente nella busta n° 15 dell’Archivio della “Legione Trentina”.
[6]ALESSIO QUERCIOLI, I volontari trentini nell’Esercito italiano 1915-1918, in P. DOGLIANI – G. PÉCOUT – A. QUERCIOLI, La scelta della Patria, cit., pp. 38-39
[7]Riportato nel dattiloscritto presente nella busta n° 15 dell’Archivio della “Legione Trentina”.
[8] DARIO DALLA TORRE, Memoria, cit., p. 3.
[9] Ibidem, p. 4.




