Scipio Secondo Slataper – Ricorsività di un destino – terza parte
Passione per la montagna
La vasta compagnia di amici e cugini, modulare a seconda delle circostanze e delle attività progettate, aveva spesso per mèta il mare o la montagna (la doppia anima della Trieste sportiva!): il Carso, Grado, Rosazzo, Sappada, le Alpi Giulie e, con il passar degli anni, località sempre più distanti da casa. Quando la scelta universitaria li disperde per le città della penisola «d’estate immancabilmente si riprendono le vecchie abitudini e ci si ritrova in montagna, in gita o in roccia, trascorrendo le notti in campi tendati attrezzati alla meno peggio. Si discute di tutto, del fascismo, della situazione politica, degli scarpetti più adatti per l’arrampicata, di come usare il nodo Prussik nelle discese a corda doppia senza che si blocchi, delle imprese di questo o quel famoso atleta dell’epoca. Insomma, tutto ciò che poteva interessare dei giovani che si stavano affacciando alla vita»[1].
Non risulta che Scipio abbia mai seguito i corsi della Scuola d’alpinismo della Val Rosandra, a causa degli studi universitari a Milano e a Roma. La frequentarono invece i suoi cugini più giovani, Giuliano e Franco[2].
Così racconta Aurelio: «Di norma, i preparativi per il campo estivo iniziavano con largo anticipo, preceduti da una fitta corrispondenza per mettere a fuoco la tempistica e gli aspetti logistici. A Scipio e a Franco era lasciata, in genere, la scelta dell’area da esplorare. Una volta condivisa la scelta, ciascuno si andava a studiare le mappe topografiche e le descrizioni delle vie di arrampicata per sottoporre al gruppo proposte di gite e di salite che divenivano oggetto di lunghe discussioni, per lo più epistolari, visto che risiedevano in città differenti. Raggiunta una sostanziale unanimità sulle scelte, si passava alla fase operativa: verifica dello stato di consistenza dei materiali per il campeggio e per le scalate, acquisto dei viveri da mettere in conto alla cassa comune. Finalmente, dopo settimane di consultazioni, discussioni, rinvii per gli immancabili e imprevedibili spostamenti di qualche appello d’esame di qualcuno dei componenti del gruppo, si ritrovavano tutti nella valle ove avevano deciso di piantare il campo base»[3].
Franco Slataper ricorda il campeggio del 1937 a Passo Sella: «(Scipio, Gigi [Forti], Fulvio [Ziliotto[4]], io, poi anche la Julia), in due tende, residuo della campagna africana di papà, con tempo splendido e pieno successo: le tre torri del Sella, la via delle Mesules, il Boè, la Marmolada dal Contrin e poi giù per il ghiacciaio fino al pian di Fedaia (il lago non c’era ancora) e per il “sentier del pan” al Pordoi ed al campo».
Nel 1938 la scelta cade invece su un boschetto di larici sotto il passo Falzarego, «con modalità analoghe […] ma con meno successo: l’estate fu piovosa e nel bel mezzo del campeggio capitò la notizia dei primi provvedimenti contro gli ebrei»[5].

Scipio al Passo Falzarego, durante il campeggio dell’estate 1938. (archivio della famiglia Slataper).
La passione di Scipio per la montagna[6] è un ulteriore elemento che lo accomuna ai Marini, la famiglia di Julia: Vicenza diviene una tappa sempre più frequente sulla tratta tra Milano (più tardi Torino) e Trieste; qui comincia a conoscere Teofilo e la sua famiglia, e il mondo vicentino che la circonda[7].
Teofilo era nato sulle Alpi Apuane, ed era ben abituato alle asperità appenniniche, però la passione per l’alpinismo era sorta tardivamente. Racconta Aurelio: «giunto a Vicenza, per il tramite delle quattro figlie e delle amicizie sorte tra i banchi di scuola, stabilisce legami sempre più stretti con la famiglia Berti, il cui capofamiglia, medico all’Ospedale di Vicenza, è uno dei pionieri dell’alpinismo veneto e autore della nota guida alpinistica delle Dolomiti. Inizia da quel momento un sodalizio che durerà sino alla morte di Teofilo, nel settembre del 1939, e proseguirà con la generazione dei figli»[8] .
Nell’estate del 1939 la serenità non è più quella delle stagioni precedenti «e il tradizionale appuntamento al campo estivo non si ripete. Scipio raggiunge Julia e la sua famiglia in val Pusteria. Salgono su alcune delle cime dei dintorni senza trascurare, ovviamente, la classica e poco impegnativa salita sulla Cima Grande di Lavaredo per la via comune, durante la quale un imprevisto e improvviso peggioramento del tempo con relativa nevicata trasforma il ritorno in una rischiosissima discesa su appigli ricoperti di vetrato. Discesa tanto estenuante che, giunti alla base delle rocce, mentre Scipio ripiega le attrezzature irrigidite dal ghiaccio, il padre di Julia si addormenta seduto sul ghiaione. Dopo l’esperienza traumatica della Grande di Lavaredo, Scipio, Julia e il padre Teofilo, raggiungono Franco Slataper nelle Giulie e, questa volta favoriti dal tempo, salgono su alcune delle principali vette del tarvisiano, chiudendo così un’epoca di relativa spensieratezza»[9].
Pochi mesi dopo giunge, inaspettata, la notizia della morte di Teofilo.
Antifascista ma volontario in guerra
Quando, nel 1936, inizia la guerra contro l’Abissinia, Scipio, che aveva solo vent’anni, scrive: «Non so che cosa sia la guerra e non ne posso capire l’orrore. L’entusiasmo deve essere represso a tutti i costi. Ora le nostre generazioni hanno bisogno di equilibrio, nella responsabilità, di fronte a tutto il popolo». Con un equilibrio raro in un ventenne, egli pensa che «bisogna far tacere quel folle desiderio di andare a tentare l’avventura… che non risolverebbe nulla nella mia vita. Che servirebbe a sancire l’errore, non a chiarirlo». Pensa che in Italia ci sia tanto da fare, tanti compagni da risvegliare ad una realtà più «vera», che ci siano «equivoci da chiarire»[10].
Protesta soprattutto che si abusi dell’«altissimo sentimento di patria» per servire solamente il fascismo. E non teme di affermare, a riguardo della dittatura: «Qui si specula sulla buona fede, sulla pigrizia, sulla corruzione d’una parte d’Italia, mentre si tampona, si imbavaglia il fiotto urlante della gente che scrive, che parla, che ragiona con la censura, negando libertà di parola e di stampa. Dieci anni di equivoco, nato dalla paura di rivoluzioni più sanguinose, di danni più ingenti. Dieci anni di giogo per paura di troppa libertà»[11]. Commenta Biagio Marin: «È meraviglioso che questo ragazzo allevato in ambiente borghese, negli anni del fascismo, abbia avuto così chiara l’idea della dignità civile, e la esigenza della libertà che l’accompagna»[12].
Le leggi razziali (annunciate da Mussolini proprio a Trieste!) intrecciano il dramma del Paese a quello personale. Sono il motivo dell’addio di Fermi all’Italia, che implica il crollo dei sogni professionali di Scipio. Significano anche la richiesta di cancellare dalla vita civile parte dei propri amici più cari: come se non esistessero. Quanto lontano dalle consuetudini che aveva respirato in famiglia, la cui frequentazione con la comunità ebraica era sempre stata una consuetudine. Scrivendo a Julia, la quale stava seguendo un corso di specializzazione in storia dell’arte presso l’Università di Lipsia, le manifesta tutta l’angoscia di sentirsi improvvisamente sopraffatto da un mondo che non segue più leggi condivisibili.
È un impatto drammatico con la realtà che, da quel che s’intuisce dalle sue lettere, non gli era in precedenza balzata agli occhi in tutta la sua evidenza, nonostante le discussioni con il padre di Julia, Teofilo.
Quando, qualche anno dopo, l’Italia entra in guerra, s’impone una scelta difficile. In quanto figlio unico, orfano di guerra, potrebbe evitare il servizio militare; sarebbe però l’unico di tutto il gruppo a restare a casa e l’eventualità non gli sorride affatto: non vuole sentirsi diverso dagli altri. Si consulta con il fratello di suo padre, lo zio Guido, ne discute a lungo con Julia, con gli amici, in particolare con Falco Marin. Certamente pesa anche il retaggio della discendenza e di quello che tutti, senza dirlo, si aspettano da lui. È una decisione troppo importante per non sentirsi di fronte a una svolta cruciale della propria vita. Alla fine, decide di arruolarsi.
Nella seconda metà del 1940, dunque, è convocato a Bra per il corso allievi ufficiali. Quando lascia l’Istituto Ferraris, il Presidente Vallauri gli fa pervenire, il 28 agosto, un bell’attestato di stima «per la buona volontà dimostrata e per il profitto che avete saputo trarre dalla vostra presenza nei laboratori dell’Istituto». E gli comunica che sarebbe lieto se, dopo il servizio militare, volesse tenerlo informato dei suoi programmi, e «in particolare se intenderete ancora dedicarvi alla ricerca scientifica, attività per la quale avete dimostrato particolari attitudini…[13]» . Data l’autorevolezza di Vallauri, si tratta di un notevole riconoscimento.
A fine novembre scrive a sua madre: «In questi giorni ci daranno i gradi di caporale. Sembra che io sia il I della batteria e forse primo di tutta la scuola come votazione ottenuta finora»[14].
L’originale dello stato di servizio informa che in data 4 dicembre è nominato allievo ufficiale, il 21 dicembre “allievo scelto”[15].
A corso concluso e in attesa della nomina a ufficiale, chiede e ottiene di poter tornare a lavorare all’Istituto Elettrotecnico Nazionale di Torino.
Dopo la nomina a Sottotenente d’artiglieria da montagna (24 aprile), il primo incarico è al Regio Arsenale d’artiglieria di Torino, cioè un lavoro da impiegato anziché al fronte. Ma il lavoro burocratico non fa per lui. Scrive allo zio Guido: «Io non sono mai stato troppo impulsivo, ma questa volta […] non posso cercare altro che andare a fare qualcosa di più […]. In noi c’è sempre il senso di andare a batterci al sole piuttosto che all’ombra, di sopportare assai meglio disagi diretti e duri che senso di chiuso»[16].
Muove amicizie e conoscenze e ottiene di essere trasferito nelle unità operative. Commentando la propria scelta, scrive, nel maggio del 1941, a Giani Stuparich, che aveva partecipato come volontario alla Prima guerra mondiale ed era stato insignito di Medaglia d’Oro: «Tra me e me ho pensato a quello che era stato per voi andare al fronte e ciò che ora proviamo noi […]. Gli ideali con i quali voi avete fatto la vostra guerra, vi sono sgusciati di mano e vi siete trovati con le mani vuote in un mondo che, malgrado il vostro sacrificio, non segue più la vostra legge. Noi vogliamo ora andare al fronte senza il senso di saper bene il perché, credo senza nessuna illusione, senza nessun ideale, […] per sentirci tra i nostri compagni […]. Cosa ci resta da fare? Andare contro corrente non ci siamo riusciti gli anni passati, tanto meno ci riuscirebbe ora. Tirarsi da parte, isolarsi? È quanto abbiamo fatto in fondo fino ad ora. Ma ormai non è più possibile stare al bando, stare soli. Resta solo mettersi nella corrente […] e cercare di non perdere la propria dignità»[17].
Si tratta di una confidenza e di una emblematica richiesta. Si rivolge a Stuparich, con il “tu”: non più il professore, ma l’amico di famiglia, soprattutto un uomo maturo di cui riconosce l’autorevolezza; si sente impreparato a valutare le vicende in cui è piombato il suo Paese e l’intera Europa e tra le righe lo prega di indicargli il modo per colmare quella che ritiene essere una propria lacuna culturale. Chiede strumenti per comprendere, cosa che alla sua generazione era stata preclusa.
Il 14 giugno viene trasferito al 3° reggimento di artiglieria alpina della “Julia”, gruppo “Udine” che si trova in Grecia, settore nel quale la guerra si sta concludendo. Si imbarca a Bari sul piroscafo “Rossini” il 15 giugno e il giorno dopo sbarca a Durazzo[18]. Nei primi tempi è assegnato al Comando di una batteria d’artiglieria. Quando poi si viene a sapere della sua specializzazione in elettrotecnica, viene posto a capo dei collegamenti radio e telefonici e trasferito nella compagnia Comando del reggimento.
Il 15 dicembre, ottenuta una licenza straordinaria di 30 giorni più viaggio per matrimonio, parte da Patrasso in aereo e giunge a Foggia e da qui a Trieste; prosegue poi per Vicenza dove sposa Julia (è quasi un’ironia della sorte che la moglie abbia lo stesso nome della sua Divisione…).

Scipio con la moglie Julia Marini, il 14 luglio 1942, presso la tomba di Scipio Slataper padre, nella ricorrenza della data di nascita dell’autore de Il mio Carso. Scipio Secondo Slataper abitava provvisoriamente a Gorizia, dove era il Deposito del 3° Reggimento di Artiglieria da montagna, in attesa di partire per il fronte orientale. Benché non molto evidente, Julia era incinta di Aurelio, che sarebbe nato il successivo 4 ottobre. (archivio famiglia Slataper).
La licenza viene prolungata e quando è il momento di rientrare, gli viene comunicato di raggiungere il deposito del reggimento a Gorizia – è il 12 marzo del 1942 – in attesa del rientro delle truppe. Il reggimento, smobilitato, si ricostruisce con i nuovi complementi. Il 14 aprile 1942 scrive: «Qui siamo al completo… Siamo sempre nel buio più assoluto riguardo alla nostra destinazione, ma speriamo che questa sia la volta buona».
L’archivio di famiglia custodisce il “rapporto informativo personale”, steso dal Comandante del reggimento in data 10 marzo 1942. Dopo i lusinghieri giudizi dei vari superiori, questo il ritratto sinteticamente steso del comandante: «Ottime doti fisiche, morali, culturali ed intellettuali. Autorevole. Buon senso. Ha molto entusiasmo. È stato di molto rendimento».
Scritto da MARCO DALLA TORRE
[1] Ibidem, p. 117.
[2]cfr. Allievi della scuola “Emilio Comici” con l’anno di frequenza dei corsi, in “Alpi Giulie”, anno 113, n° 2/2019, pp. 161-180.
[3] AURELIO SLATAPER, Appunti per una storia di famiglia, cit., p. 129.
[4] Sulla figura di questo amico d’infanzia di Scipio – ucciso in Val Grande, sopra il Lago Maggiore, dove aveva appena iniziato a prestare la sua opera di medico nelle formazioni partigiane – è da poco stato pubblicato il volume di FABIO COPIATTI, Ora tocca a me. Storie di Resistenza da Trieste alla Valgrande, Edizioni MonteRosa, Gignese (VB) 2026, pp. 128. La Prefazione è proprio di Aurelio Slataper.
[5] FRANCO SLATAPER, In luogo di coccodrilli…, cit., pp. 40-41. Franco fa cenno anche a una epica gita sul Monte Canin, condivisa con Scipio qualche anno prima e conclusasi con un bivacco notturno “allietato” dal fumo dei resti di una baracca della Grande Guerra, accesi per riscaldarsi (pp. 39-40).
[6]Nel nostro colloquio del 3 luglio 2026, il figlio Aurelio mi conferma la passione alpinistica del padre. Specifica però che i documenti conservati sono insufficienti a ricostruirne l’attività alpinistica. Non risulta, comunque, sia mai stato iscritto alla Società Alpina delle Giulie (Sezione di Trieste del CAI).
[7] È un piccolo universo di oppositori del Regime che a casa Marini trovano l’ambiente dove discutere e intessere le trame che porteranno gran parte di loro, allievi di Concetto Marchesi all’università di Padova, a fondare la sezione vicentina di “Giustizia e Libertà” e del Partito d’Azione. Sono i vari Toni Giuriolo, Luigi Meneghello, Enrico Niccolini, Benedetto Galla: i «piccoli maestri» immortalati nell’omonimo romanzo di Meneghello (cfr. AURELIO SLATAPER, Appunti per una storia di famiglia, cit., nota n° 24 pp. 123-124).
[8] AURELIO SLATAPER, Appunti per una storia di famiglia, cit., p. 124.
[9] Ibidem, p. 133.
[10] Brani di lettere citate da BIAGIO MARIN, in Brevi appunti su Scipio Secondo Slataper, cit., p. 194.
[11] Ibidem, p. 193.
[12] Ibidem, p. 196.
[13] Tali passaggi della lettera di Vallauri sono citati da Biagio Marin nel suo scritto Brevi appunti su Scipio Secondo Slataper, p. 206.
[14] Ibidem, p. 207.
[15] Copia dello “stato di servizio” è custodito nell’archivio familiare.
[16] La lettera, conservata nell’archivio di famiglia, è citata in AURELIO SLATAPER, Appunti per una storia di famiglia, cit., pp. 134-135.
[17] Ibidem.
[18] Queste come le successive date dei suoi spostamenti sono desunte dal già citato “Stato di Servizio”.




