Gli Alpini e la chiesetta del Redentore al Rifugio Pedrotti – prima parte –
Quando, alla metà degli anni Venti del secolo scorso, Arturo Castelli prese in gestione il Pedrotti, avvertì subito la necessità di dotare il rifugio di una cappella che potesse soddisfare quella spiritualità religiosa che era presente nella massima parte degli alpinisti che arrivavano lassù. Spesso in Brenta salivano associazioni parrocchiali, ragazzi ospiti di colonie e campeggi, gruppi studenteschi, quasi sempre accompagnati da un sacerdote che al mattino celebrava la S. Messa su un semplice tavolino o addirittura sulla nuda roccia. Castelli sondò per diverso tempo le possibilità di realizzare un edificio sacro adatto allo scopo rivolgendosi prima alla SAT, la popolare Società degli Alpinisti Tridentini, poi alle parrocchie del circondario, alla Curia, alla Provincia, ma i fondi non si trovavano. Castelli non si scoraggiò, insistette con i vertici della SAT retta da Giulio Apollonio, figlio del fautore del Tosa, poi con il gen. Larcher e l’ing. Guido de Unterrichter, interessò persino il sen. Conci, a quel tempo membro della Commissione Affari Interni e Giustizia, ma il bandolo della matassa fu sciolto quando, in camera caritatis, si rivolse ai suoi amati Alpini. Fu il capitano Cesare Paroldo, comandante del Distaccamento Lavoratori Alpini del Verruca, colui che ebbe subito a cuore la cosa prendendosi carico di trovare la via buona ed i giusti appoggi per avviare il progetto. Ci vollero diversi mesi, ma alla fine Paroldo riuscì ad interessare il gen. Gabriele Nasci, Ispettore delle Truppe Alpine.

Qui si allaccia la storia del ten. arch. Gian Luigi Reggio, che fu progettista e direttore dei lavori della nuova cappella.
Gian Luigi Reggio, milanese classe 1915, si era laureato in architettura nel 1939. Inquadrato tra gli Alpini della Julia in partenza per la Russia, il suo reggimento per ragioni organizzative si fermò qualche giorno a Trento e in quel breve lasso di tempo, per una caduta da cavallo, subì un serio trauma addominale con lesioni ad un polmone e per questo fu ricoverato in ospedale dove ebbe bisogno di alcune settimane di cure. Intanto i suoi commilitoni partirono per la campagna di Russia dalla quale in pochi torneranno e fu proprio all’ospedale S. Chiara di Trento che Reggio ricevette la visita del capitano Paroldo, anch’egli in partenza per i Balcani, che lo incaricò di sfruttare il discreto periodo di convalescenza al quale doveva sottostare per redigere il progetto della costruzione di una piccola chiesetta sul Brenta, cosa che gli stava a cuore da qualche tempo.
Reggio prese quell’incarico a malincuore avendo preferito essere con i suoi alpini; tuttavia, si consolò pensando che avrebbe finalmente avuto l’occasione di iniziare l’attività lavorativa per la quale aveva tanto studiato. Uscito dall’ospedale, gli fu ordinato di sostituire il capitano Paroldo al comando del Distaccamento Lavoratori Alpini del Verruca che da poco, con la costruzione della strada del Doss Trento, aveva dato inizio alla realizzazione dell’Acropoli Alpina. Nel frattempo, anche la SAT si era data da fare e, nell’endemica penuria di mezzi di quei tempi, aveva chiesto ed ottenuto dai comuni di Molveno, S. Lorenzo e Stenico il legname necessario alla costruzione, oltre a varie forniture di viveri e materiali occorrenti da parte di ditte, soci e simpatizzanti. Il 22 maggio 1942 il Consiglio direttivo della SAT approvò il progetto del ten. Reggio che fu subito inviato a Roma alla sede centrale del CAI per essere visionato ed approvato dal presidente avv. Angelo Manaresi. Questi si attivò immediatamente presso il gen. Gabriele Nasci, comandante dell’Ispettorato Truppe Alpine, che non ebbe difficoltà a concedere un buon gruppo di alpini esperti costruttori. Nel seguente giugno, appena la neve lo permise, 18 alpini del “Verruca” attentamente selezionati in base alla specializzazione, salirono al Pedrotti e si acquartierarono nel rifugio accolti da Arturo Castelli. Erano minatori, muratori, fabbri, falegnami, tagliapietra, scalpellini, insomma una squadra ben assortita che lavorava con l’orgoglio di creare qualcosa che sarebbe servita a tutti gli alpinisti e che, costruita con la massima cura, sarebbe durata a lungo. Quattro alpini con due muli per i trasporti furono sistemati a Molveno. Il ten. arch. Reggio, benché condizionato dagli impegni del comando al Doss Trento, quell’estate salì più volte al rifugio per controllare l’avanzamento dei lavori, costatando con piacere il grande entusiasmo che i suoi alpini mettevano in quel lavoro, nonostante non fosse certo semplice operare a quella quota.

Tutto il materiale fu portato in quota a spalle o a dorso di mulo, il pietrame per i muri fu scavato in loco e abilmente squadrato con lavoro di scalpello, tutta la ferramenta e la lattoneria del tetto fu opera del fabbro, i falegnami produssero prima le assi da costruzione e poi i banchi e il necessario per gli arredi, insomma tutto, o quasi tutto, si ricavò dalle ingegnose capacità di quei bravi alpini. Intanto generose offerte in denaro, oltre 2000 lire più generi di necessità e servizi, arrivavano da ogni parte del Trentino, il vino per i lavoratori, ad esempio, fu donato dalla cantina del comm. Romano Endrici, mentre da Trento i rifornimenti venivano gratuitamente trasportati dall’Atesina che li lasciava alla locanda della Speranza nei pressi delle Terme di Comano. Da qui, sempre gratuitamente, venivano fatti proseguire per Molveno dai mezzi della Ditta Leonardi.
La presenza e il lavoro degli alpini al Pedrotti non passò certo inosservata. Riportiamo ad esempio alcune righe di un articolo apparso sul quotidiano di Trento a firma di Marco Inzigneri:
“Alpini, lavoratori robusti dal torso nudo, abbronzato ed insensibile così ai cocenti raggi del sole come alle frizzanti correnti del vento, dal cappello di traverso, dal pizzo caprino. Si inquadrano in questo scenario fantastico di rocce diritte e taglienti, come elemento naturale facente parte dell’ambiente quasi di necessità. Lavorano cantando perché l’animo dell’alpino si espande lieto sempre quando è libero ed immerso nella natura, nell’atmosfera delle sue montagne.”




