Scipio Secondo Slataper – Ricorsività di un destino – quarta parte
Al fronte
Da Gorizia, stazione Monte Santo, parte con il 3° reggimento artiglieria. per il fronte orientale. È il 13 agosto del 1942. Anche in questa campagna gli viene affidato il ruolo di ufficiale addetto ai collegamenti del Comando di reggimento; suo compito, con la propria squadra, è mantenere in efficienza le linee telefoniche tra il Comando, i reparti schierati e gli avamposti.
L’8 settembre 1942 scrive di essere ancora in marcia d’avvicinamento verso il nord. Il 24 ottobre: «Noi siamo in linea in mezzo all’Armata Italiana, in una zona che finora è stata calma»[1].
A metà ottobre gli giunge una lettera di Julia con la notizia tanto attesa: il 4 ottobre 1942 è nato il suo primogenito, Aurelio. Si conserva una simpaticissima cartolina di risposta,

Riproduzione della cartolina augurale per la nascita di Aurelio, inviata il 18 ottobre 1942 dalla P. M. (Posta Militare) 202.
datata 18 ottobre e firmata da parecchi ufficiali del reggimento, dal Comandante Pietro Gay al maggiore Dal Fabbro, al capitano Spartaco Martinelli (uno degli ultimi prigionieri a tornare in Italia), ai capitani Pajer e Pavese (l’ufficiale medico), al sottotenente Ucelli.
Di quel periodo una testimonianza del tenente Ivo Emett: «Mi trovo sempre nella solitudine di Kuwscin (fronte russo). Ma oggi è festa. Ho goduto di una graditissima visita; mi è venuto a trovare il ten. Slataper con un fiasco di Chianti, chissà come scovato, per berne in compagnia, a festeggiare la notizia, ricevuta di fresco dall’Italia, della nascita del suo primo figlio. È maschio, perciò maggiore è la felicità: ne farà un alpino. Pensare che poi ebbi a rivederlo dopo circa un mese ferito gravemente su una slitta ed al mio rimpatrio nel giugno del 1947 seppi che era morto. Volli essere presente a Trieste, quando il figlio ricevette per il padre la Medaglia d’Oro al V.M. Nella famiglia Slataper tali episodi di eroismo e di tristezza, si erano ripetuti in modo toccante ed impressionante»[2].
Il 9 novembre la situazione è ancora tranquilla. Da buon ingegnere, non trascura di sottolineare un po’ di disorganizzazione: «Da quasi due mesi, calma quasi assoluta… Naturalmente si sono verificate le nostre solite manchevolezze. I cappotti arrivati agli artiglieri alpini, sono scelti accuratamente delle taglie più piccole, e sono fatti di stoffa ridicola. La fodera che dovrebbe essere di pelliccia o di flanella, è di uno strano tessuto non più spesso di una tela di sacco. In Italia hanno distribuito due paia di calze di lana e due paia di cotone. I nostri reparti hanno fatto qui in Russia, dal loro arrivo, almeno 300 chilometri di trasferimento a piedi: le quattro paia di calze non sono più, quindi, in condizioni possibili, e altre calze di lana, non arrivano…».
Nella stessa lettera aggiunge con rammarico: «Vedremo quando potrò vedere il mio figliolino. Pensa quanta gente l’ha visto prima di me».
Aurelio mi racconta della grande amicizia stretta da Scipio con il sottotenente Gianfranco Ucelli. Entrambi, tra l’altro, avevano la passione della fotografia e si erano portati al fronte una “Leica”. «Ucelli aveva con sé un bel cane lupo ma, come Comandante di batteria, non poteva allontanarsi. Così chiedeva a mio padre di portarlo con sé nelle continue trasferte che, come responsabile delle trasmissioni, faceva costantemente. Conservo una fotografia

Scipio in pattuglia di controllo delle linee telefoniche di collegamento tra il Comando di reggimento e gli avamposti sul fronte. È presente anche il cane lupo di Gianfranco Uccelli. Inverno 1942. (archivio famiglia Slataper).
di mio padre con gli sci e il cane di Ucelli. Quel cane seguì Gianfranco per l’intera ritirata e venne ucciso da un proiettile nella battaglia di Arnautowo»[3].
L’ultima lettera conservata è datata 1° gennaio del ‘43: «Avrai già inteso dal comunicato tedesco, che la nostra Divisione è stata impegnata».
Il 3° reggimento di artiglieria alpina lascia la linea a Gulubaja Krinitza alle ore 14,00 del 16 gennaio. Il giorno 20 è impegnato in battaglia nella zona di Ssolowjew-Nowo Postojalowska, la più pesante, massiccia, sanguinosa e lunga battaglia combattuta da grandi unità del Corpo d’Armata Alpino sul fronte russo: in oltre trenta ore di combattimento vengono decimati quattordici battaglioni della “Julia” e della “Cuneense”.

Particolare di una mappa topografica tedesca, procuratasi dal col. Gatta nell’estate del 1943. Le scritte a matita sull’estrema destra sono di suo pugno. In verde è segnato lo schieramento della “Julia” sul Don (numero 1); il n. 2 indica la località dove Scipio Secondo è stato ferito; il n. 3 indica la località di pernottamento del Comando del 3° rgt. art.da montagna nella notte tra il 20 e il 21 gennaio 1943; il n. 4 lo scontro tra truppe russe e compagnia Comando il 21 gennaio; il n. 5 il pernottamento nella notte tra il 21 e il 22 gennaio; il n. 6 la località dove il Comando del 3°rgt. art. viene circondato e fatto prigioniero dai russi. I n° 7 e 8 indicano Arnautowo e Nikolajewka, dove i resti del reggimento si riunirono alla colonna, rompendo infine l’accerchiamento nemico.
In quella gigantesca mischia le informazioni su Scipio Secondo sono labili. Lapidariamente lo stato di servizio segnala solo: «21 gennaio 1943: disperso nel fatto d’armi del Don – 5 aprile 1943: Rilasciata dichiarazione d’irreperibilità dal 3° regg. artig. alpina – 4 maggio 1943: Deceduto in prigionia in Russia per malattia nel febbraio 1943».
Con decreto del 29 luglio 1949, gli viene attribuita la Medaglia d’argento al Valor Militare con questa motivazione: «In combattimento di retroguardia, sulla steppa gelida e innevata, attaccato da elementi blindati, senza ripari e con armi inadeguate opponeva, alla testa di pochi ardimentosi, accanita e ostinata resistenza. Con un braccio spezzato da pallottola di mitragliatrice non desisteva dalla lotta ed a sera riusciva a ricongiungersi al proprio reparto. In successivo combattimento, stremato di forze, profondeva le sue estreme energie in disperato eroico tentativo di difesa».
Con Decreto Presidenziale di quattro anni più tardi (27 dicembre 1953), tale medaglia venne commutata con una d’oro. La motivazione, oltre agli ultimi due, cita anche un precedente fatto d’armi; con il suo retorico periodare, così recita: «Ufficiale addetto ai collegamenti di un Comando di reggimento di artiglieria alpina, dislocato in un osservatorio avanzato sul Don, attaccato improvvisamente da una pattuglia avversaria, balzava alla testa di pochi artiglieri e, sotto violento fuoco, costringeva il nemico a precipitosa fuga. Benché ferito al capo da una scheggia di bomba si lanciava all’inseguimento, riuscendo a catturare un ufficiale e quattro soldati e, rientrato nelle nostre linee, rimaneva con i suoi uomini per condividerne la sorte. Successivamente partecipava ad una estenuante ed epica fase di ripiegamento, durante la quale lo si vedeva sempre alla testa dei superstiti artiglieri che trascinava con l’esempio a lotte corpo a corpo, per rompere l’accerchiamento del soverchiante nemico. Nemmeno la rottura di un braccio, provocata da un colpo di mitragliatrice, stroncava il suo slancio. In un estremo combattimento, superando con la virtù indomita dello spirito lo strazio del corpo ormai esausto, riusciva ad azionare una mitragliatrice rimasta senza serventi. Nel disperato tentativo di arrestare ancora una volta il nemico irrompente, scompariva nella mischia[4]. Fulgida figura di soldato, fedele alle tradizioni di italianità della sua famiglia e della gente triestina. Gulubaja – Postojaly – Nowo Georgiewki – Nowo Postepolewka (Russia), 16 dicembre 1942 – 21 gennaio 1943» [5].
Ricerche e la notizia della morte
Ho però anticipato la morte di Scipio. Alla famiglia la notizia della morte sarà comunicata solo cinque anni più tardi. A lungo si spera e lo si attende. «Mia madre Julia si recava al Tarvisio tutte le volte che transitava una tradotta di reduci, insieme allo zio Guido (che era in attesa del figlio Giuliano). In una di quelle occasioni conobbero Nuto Revelli, di cui poi divennero amici»[6].
Biagio Marin, nel suo diario scrive: «Ora, con anima tremebonda attendo il ritorno di Scipietto. È stato annunciato il ritorno dell’ultimo scaglione di prigionieri dalla Russia: sono 8.000 uomini, tra cui 600 ufficiali. Questa cifra mi ha riaccesa la speranza. Forse tra essi c’è anche Scipio. Dio volesse!»[7].
Il figlio Aurelio ricorda il generale Giovanni Gatta[8]. Nel 1915 proprio lui, sottotenente di modesta famiglia dell’agro romano «in occasione della sua prima licenza dal fronte, porterà personalmente i documenti di Scipio [padre] alla moglie Gigetta, e con la generosità propria della sua gente, offrirà alla moglie Gigetta, al piccolo Scipio [Secondo] e ai nonni Carniel di passare l’estate (1916) nella casa dei propri genitori a Monte Cave, nei pressi di Castelgandolfo. Da questo atto di generosità sarebbe nato un rapporto di amicizia che, suggellato dal matrimonio di Gatta con una cugina di Gigetta, si sarebbe trasformato in un duraturo legame familiare. Sul finire della Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi, l’allora colonnello Gatta avrebbe guidato da Roma le ricerche per conoscere la sorte di Scipio Secondo, caduto prigioniero durante la ritirata del Don»[9].
Nell’archivio familiare si conserva copia di un foglio di richiesta notizie, con foto di Scipio: Gatta ne fa riprodurre 200 copie e le invia a tutti i Distretti e i Depositi militari d’Italia.

Foglio di richiesta notizie, con foto di Scipio, diffuso dal colonnello Giovanni (Dante) Gatta nei Distretti e Depositi militari italiani. (archivio della famiglia Slataper).
In effetti il sergente Marino Figliè di Pietrasanta, anch’egli artigliere da montagna, inquadrato nel 4° reggimento di artiglieria alpina della Divisione “Cuneense”, lo riconosce e avverte le autorità. Gatta si reca a incontrarlo e così riassume i ricordi di Figliè:
«- catturato sul Don insieme a molti altri alpini della Divisione “Cuneense”, fu condotto al campo prigionieri di Tamboff [campo n° 83], che è a circa 150 km a levante del Don, ove giunse ai primi di febbraio; non ricorda il giorno, ma certamente prima del 10 e probabilmente fra il 4 e l’8;
– nella ricerca di un giaciglio si sistemò vicino al Tenente Scipio Slataper che era ferito all’avambraccio sinistro, subito sotto al gomito, e così fece amicizia con lui;
– il Tenente Scipio Slataper era molto sofferente per la ferita al braccio che, per difetto di medicazione, andava in cancrena;
– la sera del quinto giorno dacché il Figliè era al campo, il Tenente Scipio Slataper peggiorò; egli, Figliè, riuscì a procurargli una sigaretta e parlò con lui fino a che si addormentarono; al mattino svegliandosi il Figliè notò che Scipio era morto; nella notte non udì che si fosse lamentato;
– prese il portafogli, che conteneva fotografie ed alcune carte e lo conservò insieme a quelli di altri deceduti, ma poi, nelle vicende di prigionia, ebbe a perderli tutti;
– Scipio, unitamente agli innumerevoli altri deceduti al campo, fu sepolto nei pressi del campo stesso»[10].
Dunque, la notizia definitiva giunge alla famiglia nel novembre del 1948. Aurelio ha allora sei anni e viene protetto da tanto dolore: «Solo intorno ai trent’anni scoprii la dichiarazione di morte, quando, defunta mia nonna, tutte le carte vennero ereditate da mia madre»[11].
E così quanto accaduto al padre – giovane sposo che non poté, perché stroncato dalla guerra, vedere il suo primo e unico figlio, morendo a 27 anni – in modo impressionante si ripete per il figlio: anch’egli morì a 27 anni senza poter vedere il proprio figlio, Aurelio.
Scipio figlio era naturalmente diverso da Scipio padre, però è impressionante notare come avesse in comune con lui la dirittura morale e la coscienza vigile che essa comporta.
Dopo
A Gigetta la guerra rapì il giovane sposo e l’unico figlio. Giani Stuparich così scriveva pochi anni dopo, nel 1948: «Quattro anni dopo, nel gennaio del 1943, Scipio, ferito, prigioniero nella ritirata della campagna in Russia, spariva su quelle lande che sembrano assorbire la creatura umana come pulviscolo, né fino ad oggi si è saputo più nulla di lui. […] Nell’inquadratura di due guerre, alla distanza di venticinque anni, si ripete in una famiglia il destino d’un padre che scompare su un campo di battaglia e lascia il primogenito della sua felicità senza vederlo nascere. Quando, per le vie di Trieste, incontro oggi Gigetta, la Gigetta di Scipio, la consolatrice dell’autore disperato del Mio Carso la sua compagna negli anni di lavoro e di gioia dell’Ibsen, e la vedo tener per mano il piccolo Aurelio […], in cui rivive il nonno e il padre per le stesse singolari impronte di maschia gentilezza e sul cui volto inconsapevole grava l’ombra di due grandi scomparsi, e la vedo mezzo cieca, ma dritta e angosciosamente serena, sorridente di tenerezza accarezzare la testina bionda di quell’unico pegno d’amore rimastole; io vedo allora ricondursi il mondo e la vita al grande fremito della tragedia greca, simbolo della nostra umanità scossa e plasmata dalla mano del fato. E solo la luce della rassegnazione cristiana, che illumina il volto di Gigetta, mi placa»[12].
A Gigetta non è rimasta, del figlio, neppure la salma, dispersa in Russia. Quando, nel 1958, si dovette sostituire la pietra tombale sulla sepoltura di Scipio padre, sulla collina del Calvario, Gigetta volle far apporre anche il nome del figlio, che così idealmente riposa accanto a suo padre.
Una grande amica di Gigetta, Elody Oblath, che aveva sposato Giani Stuparich, scrivendo negli ultimi anni a una sua amica fece spesso riferimento alla forza di Gigetta. Il 30 ottobre del 1965, ad esempio, scrive: «Sei proprio come Gigetta, che pensa sempre agli altri prima che a sé stessa!!»[13]. Il giorno successivo afferma: «Gigetta è resistente come una quercia». Nel 1969 invece osservava il rapido decadimento dell’amica, che in effetti muore proprio quell’anno, il 3 ottobre.
Oggi tre strutture sono intitolate a Scipio Secondo Slataper, quasi a ricordare della sua vita l’esperienza militare e la grande passione alpinistica. Sulle dolomiti bellunesi, nel territorio del comune di San Vito di Cadore, un bivacco a 2650 metri è intitolato a lui e a suo cugino Giuliano[14]. A Roma a lui è intitolata la caserma di viale Romania, oggi sede del Comando delle Forze Terrestri[15] e in località San Bartolomeo, nel comune di Muggia, vicino a Trieste, il Centro di Addestramento Logistico dell’Esercito[16].
Scritto da MARCO DALLA TORRE
[1] Questo e successivi brani di lettere dalla Russia sono tratti dalla corrispondenza con l’amico Renzo Carpi e citati da Biagio Marin nel suo scritto Brevi appunti su Scipio Secondo Slataper (pp. 208-212).
[2] dalla testimonianza Eroismo e destino si ripetono (pp. 355-360) del Tenente Ivo Emett, 17a Batteria Controcarri, Gruppo “Conegliano”, 3° Reggimento Artiglieria Alpina, in GIULIO BEDESCHI (a cura di), Fronte russo: c’ero anch’io, vol. II, Mursia, Milano 1983, p. 355. Nell’indice dei nomi lo Slataper citato in questa testimonianza e in quella del sergente Giuseppe Chemello (p. 395) viene erroneamente confuso con Giuliano Slataper, cugino di Scipio Secondo, morto ad Arnuatowo il 26 gennaio e, anch’egli, insignito di Medaglia d’Oro al V.M. In realtà la consegna della Medaglia d’Oro avvenne a Udine, nel 1954. Può essere che Emett faccia riferimento alla consegna di quella d’Argento, che in effetti avvenne a Trieste nel 1949; però allora Aurelio, ancora troppo giovane, era assente e la medaglia venne consegnata a Julia, la moglie di Scipio Secondo.
[3] Colloquio del 3 luglio 2026.
[4] Aurelio, nel nostro colloquio del 3 luglio 2026, mi informa che l’attendente di Scipio, Bruno Marchiori, di Campodarsego (PD) non lo volle abbandonare e, pur aspettando anche lui un figlio, morì in uno dei tanti campi di concentramento russi.
[5] La motivazione di entrambe le Medaglie è riportata nello “Stato di Servizio”.
[6] Così Aurelio, nel nostro colloquio del 3 luglio 2026.
[7] B. MARIN, La pace lontana. Diari 1941-1950, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2005, p. 278.
[8] «Una volta in pensione, lo “zio” Dante, divenne Presidente dell’Unione Nazionale del Tiro a segno. Grazie a lui, ebbi la possibilità di vedere dal vivo parecchie gare delle Olimpiadi di Roma, nel 1960». Colloquio del 3 luglio 2026.
[9] AURELIO SLATAPER, Appunti per una storia di famiglia, cit., nota n° 19, pp. 87-88. Il generale Giovanni Gatta in famiglia si faceva chiamare “Dante” per cui, in genere, negli scritti familiari e nei ricordi si trova indicato sempre con questo nome.
[10] Lettera del colonnello Gatta a Cornelio Carniel, parente di Scipio, da Livorno, del 5 novembre 1948. Conservata nell’archivio della famiglia.
[11] Colloquio del 3 luglio 2026.
[12] GIANI STUPARICH, Trieste nei miei ricordi, Garzanti, Milano 1948 (seconda edizione in Cuore adolescente. Trieste nei miei ricordi, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 127-128). Aurelio mi conferma che la nonna fu molto confortata dalla sua grande fede cristiana. «L’occasione per il ritorno a una fede profonda venne dall’amicizia con Marcello Loewy, in gioventù grande amico di Scipio padre». Anch’egli collaboratore de “La Voce”, si laureò in Medicina a Graz nel 1914. Ebreo di nascita e di religione, in quello stesso 1914 si convertì al cattolicesimo e mutò come suo padre il cognome di Labor. Fu un pioniere degli studi sulla tubercolosi. Ebbe a soffrire molto per le discriminazioni antiebraiche. Dopo la morte della moglie e grazie alla conoscenza con mons. Santin, vescovo di Trieste, entrò in seminario. Fu ordinato sacerdote nel 1940. Fu rettore del seminario di Capodistria, poi parroco della cattedrale di San Giusto a Trieste e più tardi rettore del seminario della città. È stato dichiarato “venerabile” dalla Chiesa Cattolica il 5 giugno 2015.
[13] ELODY OBLATH STUPARICH, L’ultima amica. Lettere a Carmen Bernt Furlani (1965-1969), Il Poligrafo, Padova 1991, pp. 218. La citazione è a p. 78. La successiva si trova alla pagina seguente
[14] Aurelio si fece promotore della costruzione di questo bivacco, di proprietà della “XXX ottobre”, una delle due sezioni di Trieste del CAI.
[15] La caserma “Scipio Slataper” è un edificio realizzato su progetto dell’architetto romano Vittorio Cafiero e inaugurato nel 1936 come sede del comando della Milizia. Dal 6 luglio 2023 il Comandante del COMFOTER è anche il Comandante Militare della Capitale e assolve i compiti di comando militare dell’Esercito per il Lazio. Dal 1º febbraio 2011 ha competenza su tutte le basi logistiche dell’Esercito e, dal 10 maggio successivo, è Vertice d’Area per il settore specifico, dell’Istituto Geografico Militare, nonché di diversi altri enti, tra cui il Museo storico della fanteria.
[16] Il Centro Addestramento Logistico, posto in località San Bartolomeo del Comune di Muggia (TS), occupa le strutture dell’ex Lazzaretto Nuovo di Trieste, realizzato intorno al 1870 dall’Impero Asburgico, per consentire lo spostamento del precedente Lazzaretto, situato a Roiano, e la conseguente costruzione dell’attuale Stazione Centrale di Trieste.




