Scipio Secondo Slataper – Ricorsività di un destino – seconda parte
Opzione per la scienza
La sua predisposizione non è per le lettere (come sperava Giani Stuparich, che un po’ se ne indispettisce), ma per la scienza. Terminato il liceo, si iscrive al Politecnico di Milano, corso di laurea in Ingegneria industriale. Alloggia, raggiunto più tardi da diversi amici d’infanzia, alla “Casa dello Studente”, tra via Pascoli e viale Romagna. Finalmente un ambiente nuovo, dove il suo cognome non grava eccessivamente; nondimeno talora prova qualche momento di solitudine.
Anche questa è una scelta non scontata. La famiglia Carniel era proprietaria dell’azienda tipografica “Smolars”, una delle più importanti del settore e tutti in famiglia ne erano – in qualche misura – coinvolti. In famiglia, dunque, ci si attendeva con trepidazione che anche Scipio Secondo iniziasse a lavorare nell’azienda familiare. In quegli anni le redini vengono prese da Antonio (Nino) che «con lungimiranza comprende che l’azienda ha raggiunto una dimensione tale da non consentire ulteriori sviluppi a meno di non convertirla decisamente in impresa industriale. A questo fine, non solo è necessario riorganizzare l’attività produttiva ma bisogna conquistare nuovi mercati, indirizzando l’attenzione verso settori dell’attività tipografica che possano consentire l’apertura di nuovi sbocchi commerciali. Quindi, se da un lato vengono mantenuti in vita i negozi al dettaglio, che rappresentano pur sempre una sorgente di liquidità quotidiana per l’azienda, dall’altro decide di concentrare gli investimenti nel settore degli stampati a modulo continuo per i sistemi di contabilizzazione elettromeccanica. Dalla decisione discende la necessità di dotare la tipografia di macchinari adatti alla stampa dei moduli continui e la scelta cade sul principale produttore di macchine rotative esistente all’epoca in Europa, con stabilimento di produzione e uffici di progettazione concentrati a Darmstadt.
Scipio, in considerazione della sua formazione e nonostante la giovane età, viene incaricato di seguire tutta l’operazione a partire dalla definizione delle specifiche di progetto fino alla messa in esercizio della prima macchina rotativa nello stabilimento di Trieste. Si vuole affrontare le sfide del futuro, facendo ricorso alle risorse esistenti in famiglia, ma anche mettere Scipio di fronte al problema del suo inserimento in azienda. Scipio passa alcuni mesi facendo la spola tra Darmstadt e Trieste. Segue la progettazione e la costruzione della rotativa in Germania, lo smontaggio, la spedizione, il rimontaggio e la messa in esercizio nello stabilimento tipografico di Trieste. Ha modo così di entrare nel vivo dell’attività aziendale, di conoscere i dipendenti, di prendere contatto con le problematiche produttive e commerciali. Nella direzione della Smolars, in via Valdirivo, la madre, lo zio e i loro principali collaboratori seguono con una certa trepidazione la fase d’inserimento di Scipio e, vedendolo così determinato ad approfondire le dinamiche di un’attività per lui ancora sconosciuta, s’illudono che a tanto impegno segua la decisione di entrare in ditta. È soltanto un’illusione e Scipio, ultimate le consegne, comunica alla madre e allo zio di voler riprendere i propri studi, rinviando ogni decisione una volta conseguita la laurea»[1] .
Oltre alle preferenze personali, e al voler mettersi alla prova senza l’aiuto che gli verrebbe dall’essere “figlio della padrona”, l’azienda di famiglia è involontariamente fonte di sofferenza per il ragazzo: il dedicarsi anima e corpo della madre nell’angusto ufficio, ricavato a fianco dell’ufficio di presidenza della Smolars, in via Valdirivo 11, è uno dei principali motivi di disaccordo con lei. «Aveva tentato, ancora ragazzo, di far comprendere alla madre quanto gli fosse necessaria la sua presenza anche per supplire all’assenza di un padre. Con il passar degli anni vi aveva rinunciato ma nei confronti della Ditta aveva concepito di riflesso una sorta di rancore, quasi fosse la causa di una giovinezza trascorsa senza genitori»[2] .
Scipio fin da piccolo aveva frequentato molto la casa di Biagio Marin, a Grado. Tanto che anni dopo, ricordandolo, il poeta ebbe a esclamare: «è cresciuto si può dire in casa mia, assieme ai miei figlioli»[3] . Nella prima giovinezza si lega in una relazione sentimentale con Lella (Gioiella, una delle figlie Marin). Dopo un po’ la relazione si raffredda. Proprio in quei frangenti conosce Julia Marini, cugina di Lella che pure lei frequenta casa Marin. Biagio, infatti, aveva preso in moglie una sorella di Teofilo Marini, Giuseppina (Pina), donna di raro equilibrio, conosciuta a Firenze negli anni de “La Voce”.
Si tratta di un ulteriore e casuale intreccio tra la storia del figlio e quella del padre. Il padre di Julia, Teofilo Marini, proveniente da una antica famiglia toscana, si era iscritto all’Istituto di Studi Superiori di Firenze e ben presto era entrato in contatto con il gruppo dei triestini che facevano capo a “La Voce”, animato com’era da orientamenti politici analoghi e dagli stessi interessi culturali. Tanto salda divenne l’amicizia di Teofilo con Scipio padre che questi, «all’inizio di settembre 1915, ritornando al fronte dopo la convalescenza romana e approfittando di una sosta a Firenze dove s’era fermato a salutare gli amici de “La Voce”, raggiunge Pescia per conoscere la giovane figlia di Teofilo, Julia, nata nel novembre dell’anno precedente. […] Scipio padre, dunque, conoscerà colei che sarebbe diventata, un quarto di secolo dopo, sua nuora mentre non avrebbe conosciuto il proprio figlio!»[4].
Teofilo, antifascista fin dalle origini, era stato condannato al confino e destinato in Sardegna. Per meriti di guerra e grazie all’intervento diretto di Giovanni Gentile, la destinazione originaria venne commutata con Vicenza dove poté anche riprendere la sua professione di insegnante di lettere al liceo. Dal Veneto gli fu più facile frequentare gli amici giuliani e, in particolare, casa Marin a Grado, dove viveva la sorella.
Ben presto l’amicizia con Julia si trasforma per Scipio in amore e la relazione con Lella si conclude con sofferta compostezza da parte di lei. «Biagio, invece, non la prese affatto bene» commenta Aurelio.
Per propensione personale, Scipio si sente portato (e maggiormente interessato) alla ricerca pura più che a quella applicata. Quando viene a sapere che a Roma un gruppo di giovani fisici (il “gruppo di via Panisperna”), sotto la guida di Enrico Fermi sta lavorando nel campo della fisica nucleare, vi si reca senza indugio, disposto a lasciare gli studi di elettrotecnica e trasferirsi da loro. Nel gennaio del 1938 scrive: «Oggi ero alla città degli Studi [di Roma] e da lontano ho visto Fermi: figurati la mia emozione! Ma non ho osato fermarlo. Domani vado ad una sua lezione… e gli attacco un bottone: speriamo mi capisca! Domani si cambia qualche cosa nella mia vita?». E si domanda: «Orgoglioso?». Risponde: «È la mediocrità quella che mi spaventa». Pochi giorni dopo, da Firenze, scrive ancora: «Dunque, ho parlato con Fermi, con un batticuore che non ti dico. Mi ha indicato alcuni libri da leggere, m’ha detto che lo venga a trovare di nuovo alla fine dell’anno». Due mesi dopo, a marzo: «…le ore che si passano a tavolino, non impegnano che poco, anche se sono tante. A volte c’è l’intuizione di qualche cosa di nuovo e di fresco; ma il resto delle ore ci si annega un po’ nel mestiere, invece che lavorare da artista, magari nella fisica. Il dubbio è se si ha il fiato di farlo»[5].
In alcune sue lettere a Julia – racconta il figlio Aurelio – emergono le iniziali difficoltà d’inserimento in un mondo governato da linguaggi matematici assai più complessi di quelli utilizzati nelle discipline tecniche. Scipio tiene duro; quando non ce la fa più, scappa ad allenarsi nelle specialità di atletica che più gli sono congeniali: i 400 e gli 800 metri piani e il salto con l’asta. Raggiunge anche risultati di un certo rilievo[6]. Tutta la sua attenzione rimane però concentrata sulla Fisica e riesce a mettersi alla pari con il resto dei “ragazzi di via Panisperna”. È affascinato dalla personalità di Fermi che elegge a proprio maestro. «Ottiene l’incarico di curare le dispense del suo corso sulla radioattività e coltiva l’illusione di potersi dedicare alla fisica per il resto della vita. Nelle lettere […] traspare la felicità di aver trovato finalmente il proprio mondo. Ma la provvidenza ha deciso diversamente: Fermi ha sentore che sono in corso di emanazione le famigerate leggi raziali e, approfittando di un convegno che si sarebbe tenuto negli Stati Uniti, abbandona l’Italia assieme alla moglie, di origine ebrea»[7].
Intanto, comunque, riprende a frequentare il corso di laurea in Ingegneria industriale al Politecnico di Milano e il 6 novembre del 1939 si laurea con il massimo dei voti. Già prima della laurea, il professore di Elettrotecnica gli propone di diventare suo assistente.
La relazione con Julia si apre ormai alla prospettiva del matrimonio; ha bisogno di una sicurezza economica che il lavoro alla facoltà di fisica non gli consentirebbe. Gli giunge la proposta di assunzione da parte dell’Istituto “Galileo Ferraris” del Politecnico di Torino, quale assistente del prof. Vallauri. «Accettare la proposta significherebbe abbandonare definitivamente il sogno di continuare gli studi di fisica ma, per altro verso, gli garantirebbe una retribuzione che lo avrebbe reso totalmente autonomo da Trieste e gli avrebbe consentito, in breve, di mettere su famiglia. Con non poche esitazioni mette da parte i sogni e alla fine accetta l’incarico di assistente alla cattedra di elettrotecnica del Politecnico di Torino e di ricercatore nell’ambito dell’istituto stesso»[8].
Confidando di poter riprendere gli studi di fisica in un momento successivo, si stabilisce dunque a Torino e comincia a ragionare sui costi di una possibile vita di coppia, che sembra ormai a portata di mano. Anche se molto lontano dagli obiettivi che forse si prefigurava, il ruolo di Assistente e la collegata attività di ricerca lo coinvolgono e, in alcune sue lettere, confessa di divertirsi assieme agli studenti. Il 27 novembre del 1939, ad esempio, scrive a sua madre: «Ho fatto lezione agli allievi ingegneri tre volte. Ho fatto prove di collaudo su una macchina nuova, appena comperata, con una “fifa” matta di far saltare ogni cosa: si tratta di un bestione di 180 cavalli di forza».
Il 26 febbraio dell’anno dopo ricapitola a sua madre i propri progetti: «Fino a novembre di quest’anno sto qui a, poi in gennaio ’41 vado a fare il servizio militare. Poi penseremo seriamente di tornare a Roma: in due anni ci sarà qualcuno ritornato dall’America». Si riferisce, naturalmente, a Fermi, che però non sarebbe più stabilmente rientrato in Italia. Poco dopo, intanto, supera brillantemente l’esame di stato.
«Il lavoro è una gran bella cosa, ma non riempie tutta la vita», scrive nel febbraio 1940. E continua: «…una delle mie gioie più grandi, è vedere come via via, tanti ragazzi mi si avvicinano, con simpatia, forse proprio perché sentono questo mio sforzo e perché attraverso di esso sono capace di dar loro qualche cosa». E, soprattutto, c’è l’amore per Julia.
Scritto da MARCO DALLA TORRE

La vignetta ironica pubblicata dal “Guerin sportivo” del 31 maggio 1940, commentando la vittoria di Scipio nei 400 metri piani ai Littoriali di Torino.
[1] AURELIO SLATAPER, Appunti per una storia di famiglia, cit., pp. 117-118.
[2]Ibidem, p. 128.
[3] BIAGIO MARIN, Vele in porto. Piccole note e frammenti di vita, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2012, p. 37.
[4] AURELIO SLATAPER, Appunti per una storia di famiglia, cit., p. 120.
[5] Entrambe le lettere di Scipio a sua madre sono citate in BIAGIO MARIN, Brevi appunti su Scipio Secondo Slataper, cit., p. 200.
[6] Terzo ai Campionati italiani del 1938 nei 400 m piani, dietro a Mario Lanzi, medaglia d’argento alle olimpiadi di Berlino, e a Ottavio Missoni, il cui nome è legato a ben altri successi nel campo della moda. Sulla medesima distanza vince i Littoriali, svolti a Torino a fine maggio del 1940 (cfr. I risultati dell’ultima giornata, in “La Gazzetta dello Sport”, 27 maggio 1940; quattro giorni dopo il “Guerrin sportivo” pubblica una gustosa vignetta). Scipio risulta iscritto al GUF di Torino.
[7] AURELIO SLATAPER, Appunti per una storia di Famiglia, cit., p. 125
[8] Ibidem, pp.133-134.




