Un Alpino che sognava il mare – prima parte –

Remo Galvagni - archivio Dalla Torre

Riemerge dagli archivi la storia di Remo Galvagni (1897-1915): un ragazzo di Rovereto, volontario nel 6° Alpini, che nei combattimenti di Malga Zures trovò la morte e una medaglia d’argento VM. Un brandello di storia che è anche esemplare dell’ardore e della manipolabilità dell’adolescenza.

Mio nonno paterno, Dario Dalla Torre, era trentino della Val di Bresimo, di tradizioni e sentimenti italiani. Sentimenti respirati in famiglia e, probabilmente, rafforzati nel Liceo Ginnasio di Rovereto, allora diretto da Giambattista Filzi, padre di Fabio e Fausto. Finiti gli studi liceali si iscrisse alla Facoltà di Veterinaria a Vienna. Nel 1915, per evitare l’arruolamento nelle truppe imperiali e col proposito di espatriare in Italia per entrare nell’esercito sabaudo, si nascose sulle montagne sovrastanti Bresimo. Sceso in paese per procurarsi di che sopravvivere, fu arrestato e inviato nel campo di prigionia di Katzenau, più tardi raggiunto anche da suo padre. Nel 1917 fu arruolato come veterinario nell’esercito imperiale e inviato sul fronte orientale, in Transilvania. Alla fine della guerra poté rientrare a casa, ormai terra italiana, dove concluse – a Milano – gli studi universitari ed esercitò la professione di veterinario.
Recentemente dalle sue carte è apparso uno scritto[1] in memoria di Remo Galvagni, uno dei trentini espatriati clandestinamente in Italia e arruolatisi volontari nel nostro esercito, poi decorato con la medaglia d’argento al Valor Militare.
Prescindendo qui da considerazioni storiche e sociologiche del fenomeno dei volontari trentini, cui di recente sono stati dedicati preziosi contributi storici[2], il testo di mio nonno – unito alle scarne informazioni custodite presso l’Archivio del Museo Storico in Trento[3] – permette di ricostruire la vicenda biografica di Galvagni. Che è poi una vicenda esemplare di quel tipo d’uomini; con le tipiche qualità di idealismo, coraggio e capacità di pagare di persona le proprie scelte; così come tipico è un certo nazionalismo esasperato, come si noterà di seguito in certe espressioni di sgradevole odio nei confronti dell’impero austroungarico. La maggior parte della popolazione trentina, da sempre di cultura italiana, fu in quegli anni diffidente nei confronti degli italiani[4], in considerazione della politica massonica e anticattolica dei Savoia (era il caso, ad esempio, dell’altro mio nonno, quello materno). La propaganda filoitaliana era invece accesa negli ambienti socialisti (di cui l’esempio più conosciuto fu Cesare Battisti) e nelle scuole superiori, considerate “palestre d’italianità”. E proprio tra gli studenti si contano numerosi i volontari nelle file del nostro esercito e, a leggere la loro corrispondenza[5], si rimane colpiti dalle frequenti espressioni di ricerca della bella morte eroica e di odio contro l’oppressore. Sentimenti per lo più non condivisi da tanti altri pur eroici soldati italiani provenienti da altre regioni. Una sorta di scivolamento di un giusto e santo patriottismo in un nazionalismo ideologico molto meno santo. Del resto, dicevo, si trattava per lo più di adolescenti, maggiormente vulnerabili a una propaganda serrata.
Ma torniamo a Remo Galvagni.

Nato a Rovereto il 13 aprile 1897 da Luigi Galvagni e da Clotilde Ambrosi, era l’ultimo di tre figli; prima di lui erano nati Gino e Lucia. Tra il 1898 e il 1905 la famiglia visse nel vicino paese di Pomarolo, per poi rientrare a Rovereto. Nel frattempo, però, Remo rimase orfano di madre.
Mio nonno Dario era compagno al Ginnasio di Gino, e quasi tutti i giorni si recava a studiare a casa Galvagni. Nacque così una consuetudine e un’amicizia anche nei confronti del fratello più giovane.
Remo era attratto dalla Marina Militare e chiese a Dario di intercedere per lui presso l’ammiraglio Bettolo[6]per chiedere se era possibile l’assunzione nella Marina da Guerra. Naturalmente la risposta fu negativa, sia per la giovane età di Remo (si era nel 1911 e il ragazzo aveva 14 anni), sia in ragione della sua cittadinanza austriaca.
«Intollerante del giogo austriaco, quasi per respirare più liberamente, passò all’Istituto Nautico di Genova[7], da dove poco più di un anno dopo ritornò per ragioni di salute a Rovereto»[8]. In quell’anno, comunque, nacque una profonda amicizia con Pietro Bertone, come testimoniano le sei lettere (tutte del periodo compreso tra il 17 maggio e il 3 novembre 1915) conservate nell’Archivio del Museo Storico in Trento[9]. Da esse si desume l’attrattiva del mare e l’intenzione, a guerra finita, di farne il luogo di vita: «Conosciuto l’esito brillante dei tuoi esami ti faccio le mie più vive congratulazioni. In Settembre sarà la volta mia. Di salute va benissimo, auguro altrettanto a te. Dei miei parenti non so nulla. Addio carissimo – auguri pel tuo prossimo viaggio che invidio, ma non ora però»[10].

Scoppiata la Grande Guerra, il suo desiderio per l’intervento dell’Italia divenne quasi un’ossessione. «Quando egli, il fratello Gino ed io si andava a caccia, brandendo talora il fucile per la canna e gridando “Avanti Savoia!” ci incitava a seguirlo in un assalto figurato contro i Tedeschi. […] Il 26 aprile 1915: “Papà – disse – è venuto il momento di doverci lasciare! Meglio è morire per l’Italia che vivere servendo lo straniero!”»[11]. Aveva raggiunto la maggiore età solo pochi giorni prima…
Così, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia, Remo insieme al fratello intraprese una fuga avventurosa, il cui racconto mio nonno raccolse dalle parole di Gino.
«Infilata la Vallarsa, furono ben presto arrestati da una pattuglia austriaca, alla quale si sottrassero mediante uno stratagemma.
Il peggio sarebbe stato nella parte montana della Vallarsa vigilantissima dalle truppe austriache. Il farsi prendere avrebbe significato farsi fucilare.

Ecco come Gino me ne descrive la fuga: “Alla mezzanotte fra il 26 e il 27 aprile abbandonammo in tutta segretezza il paese di Obra con un leggero sacco da montagna, i fucili e gli sci; ci inoltrammo nell’orrido vallone alle falde del Gruppo della Posta e quindi attaccammo la salita ripidissima di Monte di Mezzo, resa maggiormente faticosa dall’abbondante neve, per l’oscurità e il folto groviglio del bosco.
Giunti quasi sfiniti sopra Monte di Mezzo, bisognava andare oltre, salire ancora, perché avevamo notato sulla neve orme recenti delle pattuglie austriache di sorveglianza, e bisognava far presto per poter essere alle prime luci al confine sospirato.
Salimmo ancora e quindi, tenendoci sempre a mezza costa, attraversando paurosi canaloni quasi a picco con la sicurezza che proveniva dalla nostra agilità di scoiattoli e tali da riapparirci più tardi nel sonno inquieto a darci il brivido del pericolo miracolosamente scampato, avanzammo costantemente nel buio.
Al sorgere dell’alba, aumentò la nostra ansia di guadagnare terreno: indossammo allora una camicia bianca e un paio di mutande bianche, ci coprimmo il capo con un fazzoletto bianco per non farci notare sulla neve.
Il vasto silenzio pareva nascondesse l’insidia. Soltanto il rumore sordo del Leno dal fondo valle e di tanto in tanto il sibilo della brezza mattutina che ci sferzava. Quasi verticalmente al di sopra di noi incominciavano a profilarsi gigantesche, minacciose le pale aguzze della Cima Posta che potevano seppellirci a valle con la valanga. Sotto di noi scorgevamo Campo Grosso, la Malga e la caserma austriaca presso il confine. Discendemmo alle falde di Campo Brun e con una volata sugli sci ci portammo a una caserma. Esultanza nostra al constatare che era italiana; stupore delle Guardie di Finanza al vederci in quell’arnese…”»[12].

Il 17 maggio scriveva all’amico Pietro Bertone: «Da una settimana sono riuscito dopo grandi difficoltà a disertare – ora mi trovo a Milano arruolato nei Volontari in attesa di ritornare con le armi della vendetta in pugno nel mio disgraziato paese». E in una ulteriore lettera non datata: «Oggi si è sciolto il battaglione dei Volontari in cui mi trovavo e ciascuno ha subita una nuova visita – sono stato fatto abile per il 6° Alpini[13] che fra brevissimi giorni si porterà alla lotta. Il momento si avvicina a grandi passi. È incredibile la gioia che noi proviamo…!».

Scritto da Marco Dalla Torre

____________________________________________________________________

[1] Si tratta di quattro fogli scritti a macchina con alcune correzioni a penna, senza titolo, datati “Calliano, 24 gennaio 1929/VII”. È con ogni evidenza un discorso commemorativo che mio nonno rivolse agli studenti di Pomarolo, paese vicino a Rovereto. Alcuni mesi dopo, per l’esattezza il 27 ottobre 1929, avvenne l’inaugurazione ufficiale della nuova scuola elementare di Pomarolo, che venne intitolata proprio a Remo Galvagni. Mio nonno fu invitato a pronunciare un discorso commemorativo, che riprende in gran parte questo testo. L’intervento fu pubblicato, con il titolo Remo Galvagni. L’eroe epònimo della scuola commemorato dal dott. Dario Dalla Torre, nel libro commemorativo dell’evento: La scuola di Pomarolo consacrata il XXVII ottobre MCMXXIX, a cura del Comitato ordinatore delle onoranze centenarie a Felice e Gregorio Fontana, XIV settembre MCMXXX-VIII, pp. 35-39. D’ora in poi citato come Memoria.
[2] P. Dogliani – G. Pécout – A. Quercioli, La scelta della Patria (giovani volontari nella Grande Guerra), Museo Storico della Guerra, Rovereto 2006, pp. 102. L’opera è il catalogo dell’analoga mostra al Museo Storico della Guerra di Rovereto (27 giugno 2006 – 4 marzo 2007).
[3] Si tratta di:

  • una breve “scheda volontari
  • un’altrettanto scarna scheda della “Commissione centrale Patronato Fuoriusciti”, questionario volontari (Arch. L, b. 4)
  • fascicolo dell’Archivio “Legione Trentina”, busta n° 15 (contenente il testo della lapide posta sulla sua casa, un dattiloscritto riportante alcuni dati anagrafici, la motivazione della medaglia d’argento e alcuni altri testi, la lettera alla “Famiglia del Volontario Trentino” e sei lettere all’amico Pietro Bertone)
  • un articolo de “La libertà” del 20.XI.1921
  • una fotografia.

[4] Si legga, a questo proposito il Diario di Amabile Maria Broz, pubblicato dal Museo Storico in Trento nel volume Scritture di guerra e rintracciabile anche sul sito web http://digilander.libero.it/vallarsa/storia/amabilebroz.htm.
[5] Si veda, ad esempio l’antologia riportata nell’ultima parte del volume P. Dogliani – G. Pécout – A. Quercioli, La scelta della Patria, cit.
[6] (Genova 1846-Roma 1916). Contrammiraglio (1897), viceammiraglio (1905) e capo di Stato Maggiore della Marina (1907-11), fu deputato dal 1890 e più volte ministro della Marina (1899-1900; 1903; 1909-10). Caldeggiò l’adozione dei grossi calibri nelle artiglierie navali (Manuale teorico-pratico di artiglieria navale, 1879-81), difese l’impiego di motosiluranti veloci e si rivelò in più occasioni ottimo stratega e profondo conoscitore della tecnica marinara. Non mi è stato possibile finora ricostruire per quale circostanza mio nonno lo conoscesse personalmente.
[7] Nel 1891, con la Riforma Casati, nascono gli Istituti Tecnici e vengono definiti i programmi ed i titoli di Capitani, Macchinisti e Costruttori Navali da conseguirsi con tre anni di corso. Il “Nautico” di Genova, insieme agli altri indirizzi dell’Istituto Tecnico “Vittorio Emanuele II”, ha la sua prima sede al Largo della Zecca.
[8] Dario Dalla Torre, Memoria, cit., p. 1.
[9] Dall’Archivio della “Legione Trentina”, busta n° 15.
[10] Lettera dell’11 luglio 1915, in Ibidem.
[11] Dario Dalla Torre, Memoria, cit., pp. 1-2.
[12] Ibidem, p. 2.
[13] Un numero molto alto di volontari trentini fu assegnato a tre Reggimenti alpini, il 5°, 6° e 7°. In particolare il 6°, impegnato proprio sul fronte trentino, ebbe tra i suoi affettivi anche i fratelli Filzi e Mario Angheben. Cfr. Alessio Quercioli, I volontari trentini nell’Esercito italiano 1915-1918, in P. Dogliani – G. Pécout – A. Quercioli, La scelta della Patria, cit., p. 37.