Scipio Secondo Slataper – Ricorsività di un destino – prima parte
«Ci offriamo volontari con Guido e Martelli. Sono sicuro che tutto andrà bene. Un bacio a Scipio Secondo». Chi scrive è il triestino Scipio Slataper (1888-1915), l’autore de Il mio Carso, combattivo collaboratore della rivista “La Voce” di Prezzolini, laureato a Firenze. Poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia, si era stabilito a Roma con Luisa Carniel, detta “Gigetta”, che aveva sposato il 15 settembre 1913.
Non si era riconosciuto nell’irredentismo triestino maggiormente in voga, auspicando piuttosto la trasformazione dell’impero asburgico in una “federazione di liberi popoli”. Ma dopo l’attentato di Sarajevo e la svolta centralista dell’Austria (e, soprattutto, il crescere della potenza tedesca), altro non ritenne che passare a posizioni interventiste.
A fine maggio di quel medesimo 1915, insieme a Carlo e Giani Stuparich, si era arruolato volontario nei “Granatieri di Sardegna” e il 2 giugno era partito per il fronte. Ferito sulle alture di Monfalcone, aveva trascorso nella capitale parte dell’estate, in convalescenza. Rientrato al fronte e dopo un brevissimo corso allievi ufficiali destinato soprattutto ai volontari giuliani, era stato assegnato al 1° Reggimento della “Brigata Re”, acquartierata a Sacile. Da lì all’insanguinata collina del Calvario[1], proprio sopra Gorizia.
Temperamento di lottatore, soprattutto culturale, era però tutt’altro che un sanguinario; provava, piuttosto, una grande responsabilità educativa per i suoi uomini. L’amico e poeta Biagio Marin ricorda che «a Gigetta, durante l’ultima licenza, aveva detto che se gli fosse stato dato l’ordine di mandare suoi dipendenti a simili imprese, non lo avrebbe fatto, e sarebbe piuttosto andato lui al sacrificio»[2] . Il nipote Aurelio, ricordando i racconti della nonna, così spiega tale decisione: «Vedendo i suoi soldati, spesso provenienti da regioni lontane e che capivano solo in parte il senso di questa guerra, Scipio diceva che erano in particolare loro Giuliani ad aver desiderato la guerra per la liberazione di Trieste, ad avervi preso parte come volontari; e dunque era giusto che il rischio maggiore ricadesse su di loro, non su quei poveri soldati»[3] . Di fatto, così avvenne il 3 dicembre 1915: in quell’azione per aprire un varco nei reticolati nemici, che avrebbero dovuto far saltare con i tubi di gelatina, Scipio e suo fratello Guido si diedero volontari. Guido venne ferito, Scipio, colpito alla testa, morì.
In quel post scriptum dell’ultima cartolina inviata a sua moglie, il grande letterato si mostra stranamente sicuro che il figlio ancora nel grembo di sua moglie sia un maschio e gli attribuisce il suo stesso nome. È la prima volta che Scipio Secondo appare in un documento; sarebbe nato tre settimane dopo, il 26 dicembre 1915, a Roma.

Scipio Slataper e sua moglie Luisa Carniel nel 1914. La foto è riprodotta nel volume di Biagio Marin I delfini di Scipio Slataper (1965).
Ci volle tempo prima che Trieste potesse riaprire le porte a Gigetta. Ricorda ancora Marin: «la guerra stentò tanto ad aprire quelle vie, e intanto lo splendido sposo era caduto sul Calvario, e la vedova aveva dato alla luce il suo bellissimo figliolo. Come se lo portava fiera, in trionfo, come lo levava alto nel sole, perché gli amici vedessero il magnifico frutto del suo amore. Tutta l’energia combattiva della sua famiglia – tutti i suoi fratelli erano dei grandi sportivi[4] – lei l’aveva messa per affrontare il destino, per assicurare al neonato l’eredità di salute, di forza, di bellezza del padre. Più tardi anche, per quanto possibile, l’eredità spirituale»[5].
Una giovinezza “sotto i riflettori”
«Scipio Secondo è tenuto sotto la lente d’ingrandimento. Ci si aspetta da lui comportamenti altrettanto esemplari di quelli del padre. Continuo è il confronto, quasi che l’esser “figlio di” obblighi a seguire le orme del genitore o, meglio, ad avere dei comportamenti coerenti con l’immagine che in quel dato contesto storico si riteneva di poter attribuire al padre»[6] . Ricordando le polemiche triestine contro Scipio padre, reo di non essersi allineato all’irredentismo dominante, scrive ancora il nipote: «Scipio Slataper muore lasciando un’eredità culturale e morale con cui non è possibile non misurarsi. Si tratta di un’impronta da cui è difficile prescindere anche se, dopo qualche maldestro tentativo di presentare la morte come espiazione della sua intransigenza anti-irredentista, si ritiene più opportuno imbalsamarlo, inserendolo in una sorta di altare degli eroi, nella speranza che la consacrazione nel “pantheon” scoraggi ogni effettivo approfondimento del suo pensiero e del suo operato»[7] .
Biagio Marin ricorda Scipio Secondo (abitualmente chiamato, in famiglia e dagli amici, “Scipietto”) come un bimbo grande e forte, ma al tempo stesso quieto e mite, con quasi un senso di pudore per la propria forza. Quando arriva il tempo del ginnasio, viene iscritto, come il padre, al Liceo “Dante”. Vi insegna Giani Stuparich, grande amico del padre, suo biografo e curatore di tutte le sue opere. Vi insegna anche Guido Devescovi, altro amico fraterno del padre. Qualcuno degli insegnanti più anziani era stato a sua volta docente del padre, di Stuparich e di Devescovi. Difficile sottrarsi ai paragoni con la figura paterna.
Scrive ancora Aurelio: «Tutta la sua adolescenza era stata condizionata da una dolorosa consapevolezza di doversi conquistare un proprio spazio e da un notevole senso di responsabilità che gli aveva fatto guadagnare l’appellativo di “piccolo padre” da parte dei numerosi cugini e relativi amichetti che gli venivano affidati dai rispettivi genitori per le escursioni in Carso, le arrampicate in val Rosandra o le esplorazioni in barca a vela delle valli e dei canali della laguna gradese. Chi lo aveva conosciuto negli anni della prima giovinezza ricorda un ragazzo robusto ma riservato e con un velo di tristezza nello sguardo»[8].
Nella numerosa compagnia dei cugini paterni e materni, infatti, Scipio Secondo è il più grande, essendo nato all’inizio della guerra e non, come i più, al suo termine. Questa circostanza, unitamente all’assennatezza e alla notevole predisposizione per gli sport ne faceva un capo naturale. Giovanna Stuparich, la figlia più grande di Giani, ricorda un aneddoto che illustra il modo che Scipio aveva di far giocare i piccoli (aveva quattro anni più di lei): «Scipietto veniva in villeggiatura a Sesto di Pusteria, dove si trovava la nostra famiglia, i ragazzi Marin (figli di Biaseto, il poeta di Grado), le Devescovi, figlie del prof. Guido, caro amico di tutti e Giuliana e Paolo Spaini, figli di Alberto, condiscepolo di Stuparich. Il nostro amico maggiore organizzava uno spettacolo eccezionale: ci faceva raccogliere mucchietti di resina che fissava sopra piccole assi di legno, segate da lui. Verso sera accendeva la resina e fiammelle allegre danzavano sulla corrente del Rio Pusteria: spettacolo ammirato anche dai “grandi”. Altro divertimento: farci saltare, dando lui l’esempio, da alte assi nel fienile sottostante; fra le assi e il fieno c’era uno spazio spaventoso di almeno due metri. Diceva che così si diventava coraggiosi… E di coraggio ne aveva tanto: superato l’esame di maturità, per scommessa, si buttò dal trampolino di Grado alto 10 metri»[9].

Scipio quindicenne, sulla spiaggia di Grado. La foto, scattata dal poeta Biagio Marin, fu regalata a Gigetta il successivo 3 dicembre 1931, sedicesimo anniversario della morte di Scipio padre. (archivio della famiglia Slataper).
Nell’archivio di famiglia esiste una autodichiarazione[10] sull’attività sportiva agonistica svolta da Scipio. Le prime gare agonistiche risalgono al 1932 e sono di atletica leggera. Scipio vincerà più volte nella distanza degli 800 e dei 400 m piani. Tra il 1935 e il 1937 parteciperà anche agli “agonali” di nuoto organizzati GUF di Milano, nelle gare di velocità in stile libero: 66 m (e relativa staffetta), 100 e 200 metri.
Come ogni adolescente, Scipio Secondo vuole innanzitutto essere sé stesso. Naturale dunque il distanziamento da un padre che pure aveva tanto desiderato e non aveva conosciuto. Qualche anno dopo torna la volontà di misurarsi anche con la sua eredità spirituale. In una lettera del 12 gennaio 1935 (aveva da poco compiuto 19 anni) scrive: «Sono caldo e vibrante di vita: ho letto, riletto anzi, le Lettere di mio padre». Biagio Marin commenta: «Evidentemente era stato un incontro felice, che lo aveva liberato e dai sospetti e dalla depressione. Naturalmente la lettura degli scritti del padre gli avevano messo nell’anima una eco di quella calda naturalità cui l’autore del Carso aveva dato voce, e di quella umanità sua, così ricca e così viva»[11]. Nonostante i dubbi e le fragilità dell’adolescenza, anche il figlio ha una personalità forte e sicura, che deve però maturare, forse più lentamente, per altre vie e attraverso altre esperienze.
Suo cugino Franco Slataper (figlio dello zio Guido), così lo ricorda: «Scipio era un ragazzo modello: studiava molto, leggeva libri difficili, si fabbricava le radio galena da solo, faceva innumerevoli sport, aveva partecipato ai Littoriali, andava splendidamente in montagna (era sempre lui il nostro capo cordata), sciava assai bene, era amato dalle madri e stimato dai padri […]. Mancava forse di comunicazione. Non ricordo d’aver mai avuto con Scipio un dialogo, non dico intimo, ma neppure personale»[12] . Va ricordato, del resto, che Scipio è più grande di Franco di quasi cinque anni, che a quell’età non è poco.
Scritto da MARCO DALLA TORRE
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[1] “Kalvar” in sloveno. I topografi militari italiani lo chiamarono “Podgora”, scambiando la denominazione del paese subito sotto (“Podgora” significa appunto “ai piedi del monte”) per il nome della vetta.
[2]BIAGIO MARIN, I delfini di Scipio Slataper, All’Insegna del Pesce d’Oro, Scheiwiller, Milano 1965, p. 186.
[3] Colloquio con Aurelio Slataper nella sua casa di Trieste del 3 luglio 2026.
[4] I fratelli di Luisa Carniel eccellevan-o tutti nello sport. Lo zio Antonio (Nino) faceva parte della mitica «pattuglia Volante», costituita da un gruppo di alpinisti triestini (Cozzi, Zanutti, Cepich e, appunto, Carniel) che nei primi anni del Novecento furono precursori dell’alpinismo senza guida. Lodovico e Dante Carniel sono ricordati negli annali dello sport triestino per le loro imprese di canottaggio e di scherma. In particolare, Dante parteciperà alle Olimpiadi di Parigi (1924)e di Amsterdam (1928) e sarà campione italiano di fioretto nel 1925 (cfr. AURELIO SLATAPER, Appunti per una storia di famiglia, collana “Quaderni Slataperiani” n° 1, Centro Studi Scipio Slataper, Trieste 2019, nota n° 13, p. 116).
[5] BIAGIO MARIN, I delfini di Scipio Slataper, cit., p. 190.
[6]AURELIO SLATAPER, Appunti per una storia di famiglia, cit., p. 114.
[7] Ibidem, pp. 109-110.
[8] Ibidem, pp. 114-115.
[9] GIOVANNA STUPARICH CRISCIONE, Un ricordo di Scipietto, in “Metodi e Ricerche”, n. s., XXVIII, n° 1 (gennaio-giugno 2009), pp. 58-59.
[10] La dichiarazione, composta di un solo foglio, non è datata ma, riportando i risultati conseguiti nel Littoriali del 1940, è certamente successiva al maggio di quell’anno. È possibile che Scipio l’abbia stesa in vista dell’arruolamento.
[11]BIAGIO MARIN, Brevi appunti su Scipio Secondo Slataper, cit., p. 193.
[12] FRANCO SLATAPER, In luogo di coccodrilli…, edito in proprio e stampato dalla Tipografia Sartor di Pordenone nel 2002, p. 29.




