Gli Alpini e la chiesetta del Redentore al Rifugio Pedrotti – seconda parte –
I lavori che inizialmente erano previsti per una durata di due mesi, in effetti si protrassero più a lungo anche a causa di alcuni periodi di maltempo, ma a fine stagione l’edificio era pressoché ultimato, mancavano gli arredi interni ai quali si sarebbe provveduto l’anno seguente.
Infatti, appena fu possibile, i ragazzi del Verruca ritornarono al Pedrotti per realizzare il grande portale di legno apribile per tutta la larghezza e l’arredamento interno con l’altare, il tabernacolo, le chiusure delle finestrelle laterali, otto inginocchiatoi e i candelieri, due grandi e altri piccoli a muro. In lastre di granito fu scolpito un grande crocefisso che fu incastonato sopra l’altare. Le suppellettili e la dotazione religiosa furono donate da mons. Antonio Longo, alpinista e professore roveretano, grande amante del Brenta. I quadretti lignei della Via Crucis arrivarono invece dalla Val di Fassa, erano il frutto del compito finale dato agli allievi dell’ultimo corso della Scuola d’Arte di Pozza dell’anno 1943 dal loro professore Giuseppe Soraperra, manco a dirlo anche lui un alpino. Curiosa, infine, la provenienza della piccola campana posta sul campanile; durante la Prima guerra mondiale era collocata nell’edificio ex villa vescovile sul Doss Trento denominato Casa Nobile, dove gli austriaci avevano installato la “Militär-Brieftaubenstation Trento” cioè la stazione dei piccioni viaggiatori. Nel 1942, per costruire l’ultimo tornante della nuova strada di accesso al mausoleo di Battisti, gli alpini avevano demolito quell’edificio conservando fortunatamente la campana che, nell’estate del 1943, fu portata al Pedrotti e collocata sul piccolo campanile della nuova chiesetta assieme al suo ceppo di sostegno originale. L’antico bronzo usci nel 1892 dalla fonderia di Bartolomeo Chiappani che era situata all’incrocio tra via Brescia e via Doss Trento, la stessa che passata a Luigi Colbacchini produrrà la famosa Maria Dolens di Rovereto. A quei bravi alpini non pareva vero che quella campanella, fortunosamente recuperata, avrebbe squillato tra le cime del Brenta per il ricordo di tutti i caduti in montagna.

Alla fine di luglio del 1943 la bella chiesetta fu così completata e l’inaugurazione venne fissata per il seguente Ferragosto. Domenica 15 agosto 1943 una vera folla di persone provenienti da tutto il Trentino si era radunata al rifugio. Alle 10.45, mentre all’interno mons. Antonio Longo si preparava a celebrare la S. Messa e la Consacrazione, la campana chiamò a raccolta i circa 350 intervenuti che si disposero a semicerchio sulla spianata. Alle 11.00, davanti alla cappella comparvero l’arch. progettista e direttore lavori ten. Gian Luigi Reggio e il segretario provinciale della SAT Giovanni Tambosi. Ai lati erano schierati gli alpini del reparto del “Distaccamento lavoratori truppe alpine della Verruca” con il loro sergente. Erano presenti per la SAT il dott. Viberal, l’accademico del CAI Ettore Gasperini, il presidente della SOSAT Nino Peterlongo e vari dirigenti delle sottosezioni SAT di Riva, Malè, Pinzolo, Molveno ecc. I discorsi che seguirono, come la seguente cerimonia religiosa, furono concisi nello schietto carattere alpino e al termine fu festa, festa alpina, festa fraterna che suggellò quella bella e storica giornata.
Ecco il compendio del lavoro svolto dagli alpini del Verruca al Pedrotti. Dalla metà di luglio 1942 ai primi di agosto 1943, senza contare il tempo occorso per la preparazione del progetto, furono necessarie 3200 giornate lavorative al netto di quelle perse per il maltempo. Per il trasporto in quota del materiale occorrente e dei viveri si utilizzarono i muli con ben 210 viaggi individuali, ma non tutto era someggiabile e allora gli alpini si trasformarono in portatori, specie per le travi della copertura e per ciò che non si poteva lavorare in loco, come il cemento e la calce idraulica, effettuando, salendo da Molveno, ben 340 viaggi individuali. I comuni di Stenico e S. Lorenzo assieme alle amministrazioni separate di Molveno e Andalo, fornirono il legname necessario cioè 55 metri cubi di larice ed abete rosso. Il pietrame per i muri fu scavato nelle vicinanze mediante diverse mine; quindi, gli alpini si trasformarono prima in minatori e poi in scalpellini per la squadratura, poiché si prevedeva la posa a vista.

In tutto si produssero 75 metri cubi di blocchi di dolomia lavorata e si scavarono, setacciandoli sul posto, ben 20 metri cubi di sabbia. Naturalmente il ten. Reggio, per gli impegni che gli imponeva il comando al Doss Trento, non poteva trattenersi sul posto, salendo al Pedrotti di tanto in tanto per controllare i lavori. Delegò quindi l’assistenza ai lavori a tre suoi ufficiali il ten. Franco Bernini, il ten. Remigio Maistrelli e il ten. Franco Martignoni che vi si alternarono. Responsabile del cantiere era il sergente Gavazzi. Il preventivo di massima per la realizzazione della chiesetta con manodopera normale, competenze comprese, era stato stimato in circa 150.000 lire che sarebbero andate a carico del CAI; quindi, l’impiego delle maestranze del “Reparto lavoratori Verruca” fu un vero regalo.
Terminato quel bel periodo in Brenta Gian Luigi Reggio tornò sul Doss Trento al comando del Distaccamento Verruca, ma dopo pochi giorni, l’armistizio dell’8 settembre 1943 ridusse il paese allo sbando, si doveva decidere se rimanere a combattere con i tedeschi o darsi alla macchia per evitare di essere deportati nei campi di internamento in Germania. Reggio radunò i suoi alpini e li mise in libertà con l’augurio che potessero rientrare alle loro case senza farsi prendere. Unendosi a qualche conterraneo, battendo le montagne che conosceva bene, riuscì a passare in Val di Scalve e attraversando le Orobie pervenne stremato ad Erve, un paesino sopra Lecco dove i genitori della fidanzata Eugenia Alberti avevano una casa. Era un grande edificio, un tempo albergo del paese, una parte del quale era stato requisito dai tedeschi per loro uso. Il tenente vi rimase nascosto per qualche tempo assieme al futuro cognato Franco Alberti utilizzando un piccolo locale scavato sotto il pavimento della stanza della nonna Lena che fingeva di essere paralizzata a letto. Poi, appena possibile, si unì ai partigiani fino alla fine delle ostilità.
L’architetto Gian Luigi Reggio si diede quindi alla libera professione aprendo uno studio a Milano. Sposò la sua Eugenia, anche lei architetto, assistente e stimata collaboratrice di Giò Ponti con il quale firmò moltissimi progetti. Fu libero docente in Urbanistica, Paesistica e Arte dei Giardini presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Autore di numerose pubblicazioni, partecipò attivamente a moltissimi seminari di studio, congressi e concorsi attraverso i quali ricevette ed espletò numerosissimi incarichi di grande importanza. Scomparve nel 2008 alla bella età di 93 anni lasciando la prosecuzione dell’attività alla figlia minore arch. Madì Reggio che ringraziamo sentitamente per l’aiuto fornito.




