Giornata Nazionale della Memoria e del Sacrificio degli Alpini

Giornata Nazionale della Memoria e del Sacrificio degli Alpini
83° anniversario di Nikolajewka
Raduno Sezionale a Vigolzone (PC)
25 gennaio 2026
Quando si parla della ritirata di Russia, non si parla soltanto di una sconfitta militare, né di una pagina marginale della Seconda guerra mondiale. Si parla di uno spartiacque: umano, morale, storico. Si parla di uomini che, travolti da eventi più grandi di loro, seppero tuttavia conservare dignità, disciplina e spirito di corpo. In particolare, si parla del Corpo d’Armata Alpino, protagonista di una delle più dure epopee militari del Novecento.
Tra il novembre 1942 e la fine di gennaio 1943, sul fronte orientale, l’illusione della guerra “lontana” crollò definitivamente. L’Armata Rossa, dopo mesi di preparazione, lanciò una serie di offensive destinate a cambiare il corso del conflitto. L’operazione Urano, che accerchiò la 6ª Armata tedesca a Stalingrado, fu seguita dall’operazione Piccolo Saturno, scatenata nel dicembre 1942, e poi dal Grande Saturno, che completò il collasso del fronte dell’Asse sul Don.
Il settore italiano, affidato all’8ª Armata, si trovava su un fronte troppo lungo, scarsamente fortificato e difeso da truppe valorose ma male equipaggiate per una guerra moderna. Le divisioni alpine - Tridentina, Julia e Cuneense – non erano nate per la steppa, infatti erano destinate a combattere sulle montagne del Caucaso. Eppure, furono schierate a coprire un settore cruciale sul fiume Don, confidando nella loro disciplina e nella loro resistenza.
Quando l’offensiva sovietica si abbatté sul fronte, le divisioni italiane furono investite da una massa di forze corazzate e di fanteria motorizzata schiacciante. Il punto decisivo fu proprio questo: non la mancanza di coraggio, non la scarsa qualità dell’equipaggiamento individuale, che anzi era spesso buono e adatto al freddo estremo, ma la drammatica insufficienza di armi controcarro. I soldati italiani, alpini compresi, si trovarono a fronteggiare carri armati con fucili, mitragliatrici e poche armi di reparto, spesso inefficaci.

Giulio Bedeschi, medico e ufficiale alpino, nel suo celebre Centomila gavette di ghiaccio, descrive questa fase con lucidità spietata: non una fuga disordinata, ma una ritirata combattuta, passo dopo passo, sotto il fuoco, nella neve alta, a temperature che scendevano fino a quaranta gradi sottozero.
Bedeschi non indulge nella retorica: racconta il freddo che uccide, la fame che stordisce, le ferite che non guariscono. Ma racconta anche uomini che non abbandonano i compagni, che si aiutano, che mantengono un senso dell’onore anche quando tutto sembra perduto.
Mario Rigoni Stern, alpino dell’Asiago, in Il sergente nella neve, offre una testimonianza più raccolta, più silenziosa, ma altrettanto potente. La sua Russia non è solo un campo di battaglia: è uno spazio morale, in cui l’uomo misura sé stesso. Rigoni Stern non grida; osserva. In quella osservazione emerge un dato fondamentale: gli Alpini non si dissolvono, non diventano massa informe. Restano reparto, restano comunità, anche quando le loro DIVISIONI vengono spezzate ed accerchiate.
Il 17 gennaio 1943 arriva l’ordine di ritirata, che assume i contorni di una vera e propria marcia della sopravvivenza. Il Corpo d’Armata Alpino composto dalle divisioni TRIDENTINA, JULIA e CUNEENSE, si trovò improvvisamente esposto sui fianchi e alle spalle. Da forza schierata in difesa, divenne una grande colonna in ritirata, costretta a combattere quotidianamente per aprirsi la strada verso ovest. La Julia e la Cuneense vengono progressivamente annientate. Solo la Tridentina conserva una parziale capacità combattiva. Gli Alpini si devono aprire il varco e difendersi in battaglie, con temperature estreme molto sotto lo zero ed in condizioni logistiche ormai disperate.
Le battaglie sostenute nel gennaio 1943 non furono episodi isolati, ma anelli di una stessa catena, ciascuno conseguenza diretta del precedente. Nominerò solo alcune località dove avvennero gli scontri, come VALUJKI, POSTOJALYJ E NOVOPOSTOJALOVKA, SCELJAKINO, POPOVKA E ARNAUTOVO (NIKITOVKA). Qui si consumò la distruzione pressoché totale della CUNEENSE e il collasso definitivo della JULIA, travolte dalla pressione nemica e dall’impossibilità di ricevere rinforzi o rifornimenti.
La TRIDENTINA, pur duramente colpita, rimase l’unico reparto ancora in grado di mantenere una struttura di comando e di combattimento.
Ed è in questo contesto che si arriva all’atto finale e risolutivo: LA BATTAGLIA DI NIKOLAJEWKA, il 26 gennaio 1943.
Nikolajewka non è soltanto uno scontro militare. È un atto di volontà collettiva. Gli Alpini sanno che quello è l’ultimo sbarramento, l’ultima linea nemica prima della salvezza. Davanti a loro, trincee, mitragliatrici, artiglieria sovietica. Dietro di loro, la morte per freddo, per fame, per accerchiamento.
La Tridentina attacca. Attacca frontalmente. Attacca con quello che resta: fucili, mitra, bombe a mano, qualche pezzo d’artiglieria trascinato a forza. Attacca soprattutto con la determinazione di chi sa che non esiste alternativa.
Bedeschi racconta quel momento come un’esplosione di energia disperata; Rigoni Stern lo ricorda come un avanzare muto, ostinato, quasi irreale. A guidare l’assalto c’è un’emiliano il generale Reverberi, che incarna l’idea stessa del comandante in mezzo ai suoi uomini. (Tridentina Avanti!)
Nikolajewka viene forzata. A un prezzo altissimo ma viene superata e con essa si apre la via della ritirata verso ovest, verso le linee amiche. Quel giorno, gli Alpini dimostrano una verità che la storia talvolta dimentica: ci si può ritirare senza disonore. Anzi, ci si può ritirare combattendo, con le armi in pugno, mantenendo coesione e dignità. (Sintetizzato bene dal famoso titolo del libro di Alfio Caruso “Tutti i vivi all’assalto!!!”)
Alla fine di gennaio 1943, ciò che resta del Corpo d’Armata Alpino esce dall’inferno bianco. È un corpo ferito, decimato, ma non spezzato nello spirito. I numeri parlano chiaro: decine di migliaia di uomini non torneranno, ma chi torna porta con sé una testimonianza che va oltre la guerra stessa.
Quella ritirata ci insegna che il valore del soldato non può compensare errori strategici e politici. Ci insegna che il coraggio, da solo, non basta contro i carri armati, ma ci insegna che, anche nel disastro, l’uomo può restare uomo.
Bedeschi e Rigoni Stern non celebrano la guerra: la attraversano, la sopportano, e la restituiscono come monito.
Concludendo, ricordare la ritirata di Russia non significa glorificare un conflitto perduto. Significa onorare uomini che fecero il loro dovere fino in fondo. Significa affermare che la memoria serve a costruire un futuro diverso.
Un futuro in cui la forza non sia scambiata per ragione ed in cui il sacrificio di tanti non venga dimenticato, ma trasformato in consapevolezza.
Che la neve del Don, oggi lontana nel tempo, continui a parlarci. Non di odio, ma di responsabilità. Non di guerra, ma di pace possibile.
E oggi, qui riuniti attorno ai nostri vessilli e gagliardetti, non siamo soltanto a ricordare gli Alpini di allora, che nella steppa russa seppero affrontare il gelo, il nemico e il destino con dignità e coraggio, ma rendiamo onore anche agli Alpini di oggi, che hanno ereditato, custodito e reso attuali gli stessi valori di allora: lo spirito di corpo, il senso del dovere, la solidarietà silenziosa, la capacità di servire la Patria senza clamore, in servizio e nella vita civile: una continuità ideale che non si è mai spezzata, che unisce le penne nere di ieri a quelle di oggi, e che fa della memoria un atto vivo, condiviso e responsabile, ed il nostro Museo Nazionale Storico degli Alpini custodisce, mostra e racconta tali valori, affinché il sacrificio di chi ci ha preceduti continui a illuminare il nostro cammino e quello delle generazioni future.
W GLI ALPINI!
W L’ITALIA!
Il Direttore
del Museo Nazionale Storico degli Alpini



